Divisi sul biotestamento

Lettera 43
Fabio Chiusi

Dopo due anni di polemiche fuori e dentro il Parlamento, il disegno di legge di Raffaele Calabrò sul testamento biologico approda in seconda lettura alla Camera per l’approvazione definitiva. Il testo, licenziato al Senato il 26 marzo 2009 con 150 voti a favore, 123 contrari e tre astenuti, è stato messo in calendario il 18 maggio a Montecitorio dopo il blitz dell’Udc, che in Aula era riuscito il 28 aprile scorso a ottenere l’inversione dell’ordine dei lavori, così da dare priorità al biotestamento.

L’appello di Silvio.

Una mossa gradita al presidente del Consiglio, che aveva invitato i suoi a sostenerlo compatti in una lettera-appello dai toni elettorali in cui definiva la proposta "un risultato largamente condivisibile di sintesi e di mediazione alta". Pur ribadendo che sul tema, "se non ci fossero tribunali che, adducendo presunti vuoti normativi, pretendono in realtà di scavalcare il Parlamento e usurparne le funzioni", sarebbe preferibile non legiferare.

Un testo che divide. Fuori e dentro i Palazzi.

Un tema che ha spaccato le opposizioni. A partire dal Terzo polo, con Fli che ha votato contro la proposta di Pier Ferdinando Casini, per poi non presentarsi al voto sulla ‘promozione’ in Aula. Stesso discorso per il Pd, dove i popolari, Giuseppe Fioroni in testa, hanno ventilato l’ipotesi di un voto favorevole. Proprio mentre in Aula il partito, per bocca di Gianclaudio Bressa, dichiarava di voler "fermare questa proposta di legge, sbagliata e pericolosa".

Si moltiplicano le proteste.

E anche fuori dai Palazzi della politica l’atmosfera non è definire serena. Tra sit-in, manifesti choc dell’associazione Coscioni, video pro-eutanasia, le 10 mila firme raccolte dalla Cgil e i tanti sondaggi che hanno indicato come una chiara maggioranza degli italiani sia a favore della libertà di scelta sul fine vita, la tensione non ha fatto che salire.
Anche e soprattutto per un’accelerazione giudicata strumentale alla campagna elettorale per le amministrative. Poi, prevedono in tanti nell’opposizione, cadrà tutto nel dimenticatoio.

Ulteriori cambiamenti in vista.

A ogni modo il tema è delicato e importante, e la proposta, per essere giudicata, va compresa nel dettaglio. Sempre tenendo a mente che sulla versione uscita dalla commissione Affari sociali della Camera potrebbero incidere almeno alcuni dei 2 mila emendamenti su cui l’Aula sarà chiamata a esprimersi.
Un lavoro lungo e complesso, su cui, data la libertà di coscienza dei parlamentari sul tema, potrebbero formarsi maggioranze trasversali agli schieramenti politici. E condurre a cambiamenti più o meno sostanziali. Come ammesso dallo stesso presidente della commissione, il pidiellino Giuseppe Palumbo.

Cosa prevede il disegno di legge Calabrò

La ratio del provvedimento, intitolato Disposizioni in materia di alleanza terapeutica, di consenso informato e di dichiarazioni anticipate di trattamento, è vietare "qualunque forma di eutanasia", senza esplicita distinzione tra attiva (porre fine alla vita del paziente) o passiva (lasciar morire il paziente).
Perché, scriveva Calabrò nella relazione di presentazione del testo, si deve contemperare "il rispetto dell’esercizio della libertà del soggetto con la tutela della dignità di ogni uomo e del valore dell’inviolabilità della vita". Che va riconosciuta, recita l’articolo 1 al primo comma, "anche nella fase terminale dell’esistenza e nell’ipotesi in cui la persona non sia più in grado di intendere e di volere, fino alla morte accertata nei modi di legge".

No a terapie “sproporzionate”.

Ciò premesso, tuttavia, la proposta mira a fornire ai cittadini la possibilità di esprimere anticipatamente, attraverso una dichiarazione scritta, "avente data certa e firma del soggetto interessato maggiorenne", "il proprio orientamento in merito ai trattamenti sanitari in previsione di un’eventuale futura perdita della propria capacità di intendere e di volere". E, inoltre, di rinunciare a terapie "di carattere sproporzionato o sperimentale".

Alimentazione e idratazione artificiali.

Nella "dichiarazione anticipata di trattamento" (Dat), tuttavia, non può rientrare il rifiuto dell’alimentazione e idratazione artificiali. Che, al contrario, "devono essere mantenute fino al termine della vita". E questo perché, punto contestatissimo, non sono considerate "trattamenti sanitari" ma forme di sostegno vitale. Una distinzione che gli oppositori considerano ideologica, di chiara matrice religiosa, e per questo irricevibile.
Non solo: la Dat scade dopo cinque anni. Ma è reiterabile "più volte". Dopo una lunga battaglia nelle commissioni, l’opposizione era riuscita almeno a ottenerne il valore vincolante. Attualmente, però, a causa di un emendamento dell’Udc approvato prima del voto in Senato, vale il contrario: le Dat non lo sono, e l’ultima parola spetta al medico curante. Che, secondo l’articolo 7, comma 1, è semplicemente tenuto a scrivere le "motivazioni per le quali ritiene" di seguire o meno la volontà del paziente. O del suo fiduciario, cioè del soggetto autorizzato (con nomina) a sostituirlo nella decisione. In caso di mancato accordo, il disegno di legge rimanda il tutto alla valutazione di un "collegio di medici". Che dovrà esprimersi senza "nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica". E, anche questa volta, con un parere non vincolante per il medico curante.

Le novità in discussione a Montecitorio

Rispetto alla versione uscita da palazzo Madama, i nove articoli licenziati dalla commissione e di prossima discussione alla Camera presentano alcune novità. Innanzitutto, sono previsti casi eccezionali in cui il paziente potrà vedersi riconoscere l’interruzione dell’idratazione e dell’alimentazione artificiali. E cioè, specifica l’articolo 3, comma 5, quando "risultino non più efficaci nel fornire al paziente i fattori nutrizionali necessari alle funzioni fisiologiche essenziali del corpo".
Si allarga, invece, la platea di soggetti a cui si applica la normativa: non solo ai pazienti in stato vegetativo, ma anche a chi si trova "nell’incapacità permanente di comprendere le informazioni circa il trattamento sanitario e le sue conseguenze".
Garantita l’assistenza ospedaliera, residenziale e domiciliare mentre, in assenza di un fiduciario, i suoi compiti saranno adempiuti dai familiari del paziente. Da ultimo, l’articolo 1 comma 3 prevede l’assistenza, prima assente, attraverso "una adeguata terapia contro il dolore" per pazienti "terminali o in condizione di morte prevista come imminente".