Diritti del “fine vita” e bilanci degli stati

Corriere della Sera
Massimo Gaggi

E’ possibile che in futuro le cure per i malati terminali, pazienti che soffrono molto senza spiragli di speranza, vengano influenzate non solo dalle discussioni sull’ "accanimento terapeutico”, ma anche da pure considerazioni di spesa? I vincoli di bilancio che costringono Stati un tempo prosperi a ritirarsi anche da funzioni essenziali come l’istruzione, possono arrivare a quello che abbiamo fin qui considerato un inviolabile “diritto alla salute”?

La domanda è brutale, ferisce la nostra sensibilità etica, ma sono ormai parecchi gli scienziati, i medici e i pubblici amministratori che, almeno nel mondo anglosassone, cominciano a porsela. Negli Usa la discussione è stata innescata qualche tempo fa da analisi come quella di Daniel Callahan e Sherwin Nuland pubblicata da The New Republic, secondo la quale la scienza sta esaurendo la sua capacità di allungare ancor più le nostre vite, mentre riesce a estendere la sopravvivenza di chi è già molto malato. E in America, dove la salute tende a essere considerata una responsabilità individuale, non un diritto, le
cure ai pazienti terminali pesano enormemente su una spesa sanitaria che ormai assorbe il 17 per cento del Pil: prima causa della crisi fiscale nella quale versa il Paese.

“Il baratro economico nel quale siamo caduti” ha scritto sul New York Times David Brooks, intellettuale della destra moderata molto seguito anche dai progressisti,”dipende da molti fattori, ma tra questi c’è anche la nostra incapacità di confrontarci col problema della fine dell’ esistenza”. La vita è sacra, ma Brooks si chiede se – con le proiezioni che danno la spesa sanitaria Usa destinata a salire (in assenza di correttivi) fino al 50% del Pil a metà del secolo abbia senso spingere il Paese verso la bancarotta per allungarla solo di un soffio.

Un discorso ora rilanciato, in Inghilterra, dai 37 scienziati di Lancet Oncology secondo i quali le cure anticancro prestate ai malati terminali nelle ultime settimane di vita hanno costi spaventosi e spesso sono contrarie alla volontà di pazienti e famiglie: vanno quindi interrotte, altrimenti si verificherà “una crisi inimmaginabile”.

Parole durissime, contrarie alle convinzioni che abbiamo maturato negli ultimi 6o anni: l’era di un benessere che sembrava non avere limiti. Ora, invece, si volta pagina. Le cure mediche dovrebbero essere l’ultima area da mettere in discussione. Ma alcune domande dovremo porcele per tempo. Prima che le grida degli antistatalisti Usa dei “Tea Party”, pronti a lasciar morire chi non ha voluto spendere per un’assicurazione sanitaria, si trasformino in una guerra intergenerazionale tra anziani che ricevono buone pensioni e ottime cure e giovani con pochi diritti e molti debiti.
 

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