Di Segni: “Sulla bioetica siamo aperti” La comunità ebraica è orientata al SI

Raffaella Troili
Votate pure, se volete. E’ l’appello della Comunità ebraica di Roma alla vigilia della consultazione del 12 giugno. Un invito che nel tempo si è fatto più forte e sì è trasformato da un imparziale “non importa cosa si voti, l’importante é andare a votare” a una strisciante propensione per il sì. Anche per questo, il 6 giugno a Roma, la Comunità ebraica si esprimerà ufficialmente. «Faremo un appello per il sì, o comunque per andare a votare», spiega Riccardo Pacifici, vice presidente e portavoce della comunità ebraica romana. Oltre a Pacifici saranno presenti il portavoce della Comunità ebraica di Milano Yasha Reibman, Gad Lerner e Amos Luzzatto, presidente delle Comunità ebraiche italiane. Appuntamento alle 11, dove è ancora da definire. “Io non farò inviti a votare in un modo o nell’altro – interviene anche il rabbino capo di Roma, Riccardo Di Segni – Ma una cosa è certa: noi siamo più aperti in merito alla questioni di bioetica, puntiamo al successo della procedura piuttosto che a certe limitazioni».

Ma in realtà è alla luce di tutta una serie di questioni e dall’analisi fatta dal rabbino capo, che ha realizzato un documento preciso sui 4 quesiti referendari e su come si pone il mondo ebraico davanti al problema, che molti ora si dicono in grado di valutare meglio la scelta, senza entrare nel merito. Ognuno dei presenti, il 6 giugno, oltre a fare un appello per andare a votare, dirà secondo coscienza come sì regolerà. Ma l’orientamento sembra chiaro: “lo sono per il sì – riprende Pacifici – Il sì permette a quelli che non sono d’accordo di continuare a rispettare le loro regole, al contrario del no, che limita qualcun altro». «Liberi e liberati è la parola d’ordine-aggiunge Leone Paserman, presidente della Comunità ebraica di Roma – perché la legge è una facoltà, non obbligo. E su certi quesiti siamo orientati verso il sì».

La comunità ebraica chiede lumi alla tradizione, ripete Di Segni che «le nostre ragioni sono le posizioni della tradizione», in alcuni casi molto lontane anche dal linguaggio dei quesiti referendari. «Una questione delicata, anche la forma ideologica con cui sono formulate le domande è diversa dai nostri modi di espressione tradizionali: per esempio, quando si parla di autodeterminazione della donna. Per noi ci sono diritti e doveri degli uomini e delle donne, cosa ben diversa dall’autodeterminazione». Ma prende ancora le distanze il rabbino quando precisa che «le nostre posizioni su molti argomenti di bioetica del referendum sono abbastanza originali e quindi siamo sulla libertà di ricerca, a determinate condizioni, non vorremo insomma che fossero posti freni. Mentre sulla fecondazione eterologa la nostra tradizione è sostanzialmente negativa, dunque la consultazione vuole abolire una regola che proibisce cose secondo noi già proibite. E dato che noi non abbiamo bisogno di una legge dello Stato per proibirci qualcosa, come dobbiamo comportarci rispetto agli altri? Votare per pcrmettere la “trasgressione”‘? Su questo punto la discussione è aperta».

In merito agli altri quesiti, invece, lo spunto di riflessione appare ancor più chiaro: “Si vuole abolire – recita il documento del rabbino – una serie di norme che proibiscono cose che secondo noi sono permesse (ricerca sugli embrioni, diagnosi sugli embrioni). In questi termini, appare chiaro che bisogna intervenire per abolire le norme».

Ma vediamola, più nel dettaglio, l’analisi di Riccardo Di Segni su cosa dice la legge ebraica in merito a fecondazione assistita e referendum, No problem per la fecondazione artificiale, ma sulla fecondazione eterologa “le richieste referendarie non concordano con la halakhà (legge ebraica), che solo in casi limite la ammette (donazione di seme: in linea di massima no; ovulo di un’altra donna: più no che si)”. Le richieste referendarie concordano con la halakhà, sul fatto che te tecniche non debbano essere indicate solo per la sterilità; non ci deve essere limitazione sul numero di embrioni (ma non si profana il sabato per salvarli); il momento della fecondazione dell’ovulo non è vincolante per la revoca; ci può essere flessibilità nelle procedure di crioconservazione. Discordano invece sul fatto che per la halakhà a queste tecniche si ricorre solo se non ci sono alternative, e la gradualità sembra logica”.