Così nasce la persona

Giovanni Felice Azzone
In questi ultimi anni le richieste di uso di cellule staminali ottenute dagli embrioni congelati e destinati all’eliminazione e di sospensione dei trattamenti ai soggetti in stato vegetativo persistente, sono state severamente criticate in quanto considerate espressioni di relativismo morale o delitti contro la vita umana.Tuttavia il valore attribuito alla vita umana da scienziati e intellettuali, che hanno difeso l’utilizzazione delle cellule staminali e la sospensione dei trattamenti a soggetti in stato vegetativo, non è inferiore a quello attribuito dai loro oppositori. Le origini della divergenza di valutazione hanno, in realtà, origine dalla diversa interpretazione di complesse questioni teoriche.

La prima questione, di tipo essenzialmente epistemologico, è quella della relazione fra il concetto di persona, a cui spetta la dignità umana, e i concetti di vita odi morte, una relazione che non può essere chiarita in modo incontrovertibile adoperando i criteri oggettivi delle scienze sperimentali, in quanto questa relazione riguarda molto più il diritto, l’etica e la filosofia che non la scienza. Sono infatti il diritto e l’etica che hanno il compito di definire quando una persona può essere definita viva o morta. Le scienze hanno il compito, invece, soltanto di fornire i metodi e i principi atti a definire quando le entità viventi sono, già o ancora, dotate delle funzioni essenziali delle persone. L’analisi concettuale del termine di persona viene fatta, infatti, nei testi giuridici, etici e filosofici e non in quelli scientifici.

Nel caso, per esempio, dell’accertamento dello stato vegetativo persistente la scienza è in grado di accertare, mediante il PEI, l’elettroencefalografia e la risonanza magnetica, quando è scomparsa l’attività della corteccia cerebrale. Secondo la scienza la scomparsa dell’attività della corteccia indica, non che è morta una persona, ma che si è instaurato uno stato, definito appunto come vegetativo persistente, in cui sono scomparse — secondo il diritto, l’etica e la filosofia — le proprietà essenziali della persona dipendenti dall’attività della corteccia e quindi la dignità umana.

Si potrà obbiettare che secondo l’attuale diritto la constatazione della morte richiede l’arresto cardio-circolatorio. Qui però sono l’etica e il diritto a dover fare i conti con le nuove tecnologie di esame della corteccia, e con il fatto che l’attesa dell’arresto cardiocircolatorio può essere incompatibile con il prelievo degli organi a scopo di trapianto (a causa della rapida degenerazione degli organi). Nel caso di Terri Schiavo sarebbe stato, forse, più utile fornire all’opinione pubblica i dati sull’attività della corteccia cerebrale che non fare una polemica ideologica sulla cultura della vita e della morte.

Analogo il caso dell’embrione. La scienza è certamente in grado di definire i tempi dello sviluppo dell’embrione e della graduale comparsa delle funzioni più importanti durante la vita embrionale, fetale e neonatale, ma non di indicare quale sia la relazione fra la comparsa di tali funzioni e l’uso del concettoo di persona. La tesi della comparsa di una persona, sin dal momento della fecondazione di un ovulo da parte di uno spermatozoo, si fonda su argomenti di natura non scientifica ma morale, filosofica e teologica (che risalgono ad Aristotele e a San Tommaso), argomenti difesi da alcuni filosofi e teologi e contestati da altri. E’ importante comunque osservare che la divergenza, nel caso dell’embrione così come era nel caso dello stato vegetativo, è tutta interna al diritto, al l’etica, alla fede e alla filosofia. Sono divergenze su cui gli scienziati non hanno niente da dire in quanto scienziati, e devono restare estranei.

E’ superabile la divergenza sulle diversità di valutazioni morali, troppo frequentemente indicate in modo dispregiativo come relativismo morale? Va rammentato che, nella storia dell’umanità, le divergenze di fede edi valori morali e religiosi sono state affrontate in tre modi: a) con la conversione, b) con la forza, c) con il dialogo e il compromesso. I primi due modi sono quelli più frequentemente sperimentati. Per molti secoli i credenti nelle tre religioni monoteistiche, cristiana, ebraica e mussulmana, hanno adottato, verso i non credenti o i credenti in religioni monoteistiche diverse dalla propria, la politica della forza o della conversione. Ma i conflitti sanguinosi e le guerie interminabili hanno dimostrato che né la forza né i tentativi di conversione potevano raggiungerelo scopo. Solo raramente, qualunque il mezzo impiegato, è stato possibile convincere, coloro che avevano religioni o, morali diverse, ad abbandonare le proprie idee.

Sono le divergenze morali allora ineliminabili? Il problema è che tali divergenze hanno le loro radici nel pluralismo morale e nel laicismo che permea quasi tutte le società moderne, anche nelle aree dove è più diffuso il sentimento religioso. Qualsiasi tentativo di ridurre le divergenze con la forza viene percepito come un attacco alla diversità e all autonomia morale. Il ricono scimento dell’ineliminabilità delle divergenze ha con il tempo rafforzato il concetto di morale laica, una morale che riconosce nelle persone, e nelle loro libertà di scelta morale e religiosa, il fondamento delle società e delle loro strutture morali. Nelle società pluralistiche moderne, in cui la morale è molto diversificata, è attribuito un ruolo centrale alle persone sulla base dell’idea che siano le persone a creare i valori, ad elaboare in modo autonomo la propria filosofia morale e a decidere i propri comportamenti purché non dannosi ad altre persone: in breve ad essere le persone le radici dell’autorità morale.

Come si può accettare che i divieti all’uso delle cellule staminali possano essere legittimati dalla necessità di ridurre il cosiddetto relativismo morale quando la richiesta della donazionne e dell’uso delle cellule è sostenuta dalle convinzioni morali di milioni di persone? Come è pensabile che tali divieti siano giustificati dalla tesi del primato della vita, quando ciò che è richiesto da milioni di persone è diretto proprio allo scopo di salvare la vita e diminuire le sofferenze umane?

Non è proprio un cattolico, come il Cardinale Martini, ad affermare che quello di cui abbiamo tutti un immenso bisogno è imparare a vivere insieme nella diversità? E non è stato un filosofo cattolico, come E. Agazzi, ad aver sostenuto sul Sole-24 ore che, nel caso di tesi filosofiche controverse (quindi alla presenza di una pluralità dì opinioni), sia preferibile che le leggi tengano conto delle diverse opinioni e punti di vista e siano il più vicino possibile alla coscienza morale della società?

E’ ancora possibile, al punto in cui sono arrivate le divergenze, sviluppare un dialogo fra le persone dotate di visioni morali diverse e trovare compromessi sull ‘uso delle cellule staminali, così come è stato trovato nel la vicina Svizzera? Se è vero che le persone hanno la responsabilità di avere generato le attuali diversità di valutazione morale è vero che le persone hanno anche la responsabilità di dialogare e di trovare dei compromessi. Non giova, pertanto, a nessuno acuire le divergenze definendo, per esempio, la richiesta di uso delle cellule staminali come l’espressione di una cultura della morte simile a quella che condusse agli esperimenti dei nazisti. E’ possibile, invece, trovare un accordo se si riesce a ripristinare il rispetto reciproco, ciò che richiede anche l’uso di un linguaggio diverso da quello attuale.

Adoperare l’argomento della contrapposizione fra le culture della vita e della morte non favorisce il rispetto reciproco, ma indica, piuttosto, l’intenzione di creare uno Stato etico in cui la forza della legge serve a ridurre le diversità. E’ difficile infatti considerare laico, e non invece etico, uno stato in cui le leggi sono fondate esclusivamente sui valori morali della maggioranza. Il richiamo continuo, da parte di coloro che si considerano i possessori dell’unica morale valida, alla necessità di eliminare il relativismo morale finisce con l’apparire come il tentativo di imporre la propria morale all’intera società. Ma non è questo un rifiuto del diritto delle persone a un’autonoma scelta morale?