È COME PER L’ABORTO

Prefisso autore
Int. a Demetrio Neri
Autore
Occhiello
INTERVISTA A DEMETRIO NERI
Sommario
Vogliono salvare dei principi, ma le persone reali non hanno spazio nei loro ragionamenti
La lettera di Piergiorgio a Napolitano, come quella di Umbert a Chirac, ci fa riflettere sulla estrema importanza e solennità della richiesta. «Sì, non c’è dubbio, anche a me è venuto spontaneo ricordare l’episodio francese quando ho letto ieri la lettera di Welby e vorrei anche ricordare due cose importanti per segnare anche una qualche differenza con il dibattito italiano». Quale? «In primo luogo che il comitato bioetica francese, l’equivalente del nostro comitato nazionale, qualche anno fa in un documento molto meditato aveva cominciato ad aprire la strada, sul piano della riflessione etica, alla possibilità dell’eutanasia volontaria attiva, indicandola come una sorta di atto di impegno solidale. Ragionando intorno a questo lungo documento quindi, da un punto di vista culturale e generale, si può dire che questo organo in Francia in ogni caso ha lanciato una discussione importante». A differenza del Comitato Nazionale di Bioetica italiano, non si è affrontata la questione su astrazioni e principi. «No, infatti. E’ stata affrontata proprio sul problema del vissuto, e questo è molto importante. Perché nella vicenda del giovane francese, di sua madre e del coinvolgimento del Presidente della Repubblica, la Francia ha approvato una legge che riconosce il testamento biologico. La madre di quel giovane sui giornali ha detto che avrebbe preferito che la legge comprendesse anche la possibilità dell’eutanasia attiva, ma si rendeva conto che i tempi non erano ancora maturi». Possiamo spiegare che cos’è il testamento biologico. «Il testamento biologico – si chiama in molti altri modi, ma noi lo chiamiamo così per comodità – è un documento con il quale una persona, quando è ancora pienamente consapevole di sé, possibilmente anche prima che arrivi nello stadio di malattia, redige un documento in cui dispone quello che secondo lui, nel momento in cui non potesse più personalmente dare queste disposizioni, venga fatto o non venga fatto alla sua persona». Che tipo di disposizioni? «Può dare delle disposizioni sul tipo di accompagnamento alla morte che preferisce. Per esempio, preferire di morire a casa piuttosto che in ospedale. Può dare disposizioni sugli organi, anche sull’eventuale donazione di parti del proprio corpo per scopi di ricerca, e può dare anche disposizione sui quei trattamenti medici che le eventuali malattie che potranno intercorrere richiederanno. Tutti noi abbiamo il diritto, quando siamo ancora consapevoli, di dire si o no ai trattamenti medici che ci vengono proposti». Nel nostro Paese, mentre per una persona consapevole prevale il consenso informato a qualunque atto medico, nel caso di una persona che abbia perso coscienza questa possibilità non c’è. «Intanto c’è un articolo del codice medico deontologico, quello del 1998 che ha recepito il principio contenuto nell’articolo 9 della convenzione di Oviedo. Uno di questi principi, quello contenuto appunto nell’articolo 9, dice che il medico deve tenere in considerazione le preferenze o i desideri precedentemente espressi dal paziente che al momento dell’intervento non è in grado di dare il suo consenso o dissenso. Si trattava di dare, e lo ha sottolineato Stefano Rodotà diverse volte, di dare attuazione a un principio che l’Italia ha già ratificato, la convenzione di Oviedo fa parte del nostro ordinamento giuridico». Come si dovrebbe regolare questo principio generale? «Se ne può discutere: l’espressione di queste volontà, che cosa può essere contenuto, chi lo deve tenere. C’è l’iniziativa di Veronesi e dell’ordine dei notai di redigere un registro, io l’apprezzo, ma spererei che si possa arrivare a un registro nazionale presso il Ministero della Salute. In Italia il Comitato Nazionale per la bioetica si è pronunciato alla fine del 2003 con un documento che io continuo a difendere come uno dei più avanzati che si potevano fare in Italia. C’è tutto quello che serve. Era gia cominciato l’iter legislativo nella primavera del 2004, e invece si è tutto bloccato…» Perché? «Perché ci sono resistenze. Certe volte mi viene da pensare che dietro il formale omaggio che tutti tributano al principio di autodeterminazione delle persone di fronte ai trattamenti medici, ci siano ancora troppe resistenze anche di tipo culturale. Ho l’impressione che non è vero che una società in cui venga allargata la sfera delle libertà individuali sia una società che tutti preferiscono. Ci sono forze culturali politiche in Italia che non vedono di buon occhio una società in cui le persone siano sempre più libere, abbiano sempre più opzioni tra le quali scegliere». Edoardo Patriarca, consigliere dell’Associazione Scienza e Vita, in commento alla lettera di Piergiorgio Welby al Presidente Napolitano, scrive sull’Avvenire:"Questo disagio va accolto con il massimo rispetto,ma le persone devono essere difese soprattutto quando si trovano in situazioni di estrema sofferenza. Infondo nelle parole di Welby emerge tutta la passione per la vita, quindi questo appello mi sembra come una richiesta di aiuto.Di fronte a simili parole mi chiedo cosa si stia facendo per dare aiuto al malato, quali siano gli amici che gli stanno accanto e perché non si parla di come aiutarlo, perché non si cerca un percorso per lenire il disagio.Per accompagnare chi sta male in questa fase della vita piuttosto che intraprendere una battaglia per spegnerla". «Sono parole che riflettono esattamente ciò che dicevo prima: l’Italia, la nostra società è un posto in cui tutti omaggiamo il principio di autonomia, ma non appena qualcuno osa rivendicarne l’applicazione trova centomila persone che sanno cosa è bene per lui, e glielo vogliono imporre. Ma quando uno dice "voglio morire!" non sta dicendo "voglio essere aiutato!". Piero Welby ha tutti noi intorno a lui, ha trovato un senso alla sua vita anche in quelle condizioni, impegnandosi in questa grande battaglia come aveva fatto Luca Coscioni». La sua lettera è molto forte e chiara. «Sì, ci sta chiedendo semplicemente una cosa, e lo sottolinea molto bene: di poter morire con una morte opportuna, non dignitosa. Anch’io preferisco evitare questa retorica della dignità del morire, per cui morire è una cosa da eroi filosofici. Il problema è che ci possono essere altri casi in cui effettivamente la richiesta di morire può nascondere questioni di abbandonamento del paziente. Non diamo per scontato, però, che ci possano essere persone che hanno una concezione della vita ispirata a valori tali che li portano resistere sino all’ultimo possibile come ha fatto Piero Welby, come hanno fatto tanti altri, ma poi a un certo punto dire basta, questa non è più una vita che io considero degna di questo nome». Cosa c’entra la dignità, allora? «La mia dignità non viene aumentata dalla situazione in cui mi trovo, sono le condizioni in cui mi trovo che possono essere più o meno degne della persona che vi si trova. Ed è quindi, in questo caso, accogliere una richiesta legittima, quasi un diritto naturale dell’uomo, quello di chiudere la propria esistenza. Il fatto che Piergiorgio abbia fatto un filmato, è stato opportuno per evitare che il solito imbecille intervenisse dicendo "Be’, ma se uno si vuole togliere la vita lo faccia, non deve darne comunicazione a nessuno"». Quell’audiovideo, in cui un computer traduce in voce la lettera al Presidente, è visualizzabile sul sito dell’Associazione Coscioni. «È chiaro che il problema di fondo, anche con il testo citato dell’Avvenire, è sempre quello di guardare queste faccende con un unico obbiettivo: quello di salvare i principi. Per le persone reali con i loro interessi, bisogni, invece, non c’è spazio. I principi vanno salvati, qualunque cosa succeda alle persone. E questo riguarda questo tema, quello dell’aborto e così via». Welby riprendendo le parole di Benedetto XVI, secondo le quali "occorre ribadire la dignità inviolabile della vita umana, dal concepimento al suo termine naturale", si chiede nella sua lettera:"Ma cosa c’è di naturale in una sala di rianimazione, cosa c’è di naturale in buco nella pancia e un tubo che la riempie di grassi e proteine, cosa c’è di naturale in uno squarcio nella trachea".Questo mi sembra un punto molto importante. «Non credo che Papa Benedetto XVI sarebbe d’accordo, ma un’interpretazione di quella affermazione, nella direzione dell’eutanasia, è stata quella di Hans Küng, teologo morale cattolico, del quale sono famosi i suoi dissidi con Ratzinger. Basandosi su una lettura della Bibbia giungeva alla conclusione che morte naturale non può voler dire essere attaccati a tubi, non può voler dire certo questo». Come Associazione Coscioni, con il nostro co-presidente Piergiorgio Welby, intendiamo rimettere il tema all’ordine del giorno del Parlamento. «Questa azione di Welby, di così grande testimonianza, è importantissima perché leggi su questa materia possano essere discusse veramente»