Clonazione, staminali sane da pazienti malati. L’annuncio di una equipe coreana: per la prima volta creata una scorta genetica

In Italia la tecnica è vietata.

«Se qualcosa è possibile, è certo che prima o poi la scienza la realizzerà». Così diceva ieri mattina Umberto Veronesi nel presentare il convegno organizzato a settembre dalla sua Fondazione a Venezia. Mentre l’oncologo parlava, a Londra e negli Stati Uniti, in contemporanea, un gruppo di sudcoreani annunciavano di aver concretizzato uno di quei progetti dati solo per «possibili» pochi anni fa. Hanno prodotto le prime linee di cellule staminali, in tutto undici, tratte da embrioni clonati.

SU MISURA – Due le particolarità. La pubblicazione del lavoro su Science-express. E, soprattutto, il fatto che la clonazione terapeutica ha riguardato pazienti colpiti da malattie gravi e attualmente senza cura, diabete giovanile, lesioni del midollo e immunodeficienze. Se l’esperimento continuasse (ma per ora le nuove linee resteranno nel chiuso dei laboratori) le cellule madri, pluripotenti, capaci di differenziarsi nei tessuti che compongono l’organismo umano, potrebbero essere trapiantate nel paziente dal quale sono state generate per andare in teoria a moltiplicarsi e ricostituire le parti distrutte. In pratica per la prima volta si sono create cellule staminali tagliate su misura e pronte ad essere trapiantate in pazienti malati. Prospettiva lontana per l’Italia che si appresta a sottoporre al giudizio dei cittadini, con il referendum, la legge sulla fecondazione artificiale dove tutte le tecniche concernenti la manipolazione dell’embrione, e tanto più la clonazione per fini terapeutici, sono vietate.

WOO SUK HWANG – Primo autore dello studio di Science il coreano ormai abbonato alle scoperte rivoluzionarie, Woo Suk Hwang, veterinario all’università di Seul. Già nel 2004 aveva clonato l’embrione, facendolo fino allo stadio di blastocisti, ma a donare cellule e ovociti erano state donne sane. Tra i firmatari, dopo numerosi nomi coreani, chiude la lista l’americano Gerald Schatten, dipartimento di ginecologia e riproduzione a Pittsburgh. La clonazione è avvenuta col metodo utilizzato in Scozia da Ian Wilmut per duplicare la pecora Dolly nel ’97. In questi anni la tecnica si è raffinata, ha raggiunto un’efficienza maggiore.
I ricercatori hanno prelevato cellule adulte dalla pelle di malati tra 2 e 56 anni. Il nucleo è stato trasferito in ovociti, 185 in tutto, donati da 18 volontarie, a loro volta svuotati. In coltura l’ovocita, rimaneggiato ma non fecondato, ha dato vita a blastocisti, embrioni di poche cellule che sono risultate «pluripotenti, normali dal punto di vista cromosomico e conformi al Dna» dei rispettivi proprietari oltre che istocompatibili. Acrobazie simili in Europa sarebbero possibili solo in Inghilterra dove lo stesso Wilmut ha chiesto e ottenuto l’autorizzazione di procedere alla clonazione terapeutica.

COMMENTI – Una vera svolta? Sta diventando sul serio realtà il sogno di curare molte di quelle malattie che assillano l’uomo come Parkinson e Alzheimer? Non tutti sono d’accordo. Commenti ottimisti si alternano a prese di posizione più caute. «Nulla di nuovo, la ricerca ha un valore simbolico perché è la somma di esperimenti già fatti», la sminuisce Claudio Bordignon, direttore scientifico del San Raffaele di Milano.
Entusiasta invece Carlo Alberto Redi, direttore del laboratorio Biologia dello sviluppo all’università di Pavia: «Lavoro fondamentale: è la prima volta che si ottengono staminali così pulite, ora bisognerà vedere come differenziarle per arrivare alla terapia». Marco Cappato, presidente dell’Associazione Luca Coscioni, non perde occasione per denunciare l’«arretratezza» dell’Italia «dove i coreani finirebbero in carcere. Invece c’è da felicitarsi».

CAUTELA – Veronesi commenta favorevolmente ma avverte: «Una strada da battere, però occorre usare cautela». Angelo Vescovi, San Raffaele, esprime scetticismo sulla clonazione terapeutica: «Un progresso che lascia ancora molti dubbi etici. Per ottenere questo risultato sono stati distrutti blastocisti».