Appare determinata, molto determinata. Sa quello che vuole, un paese più liberale, e quello a cui non rinuncerebbe mai, la sua libertà. Parla di big society, di uno Stato leggero in economia come nei diritti civili, di federalismo, e lo fa con una certa dose di sicurezza, una padronanza che ti aspetteresti da una persona ben più navigata.
Annalisa Chirico, a quasi ventiquattro anni, è già riuscita a ritagliarsi un suo spazio – anche critico – nel Partito Radicale. È segretaria degli studenti dell’Associazione Luca Coscioni e si è fatta notare dai media per un video che, in occasione delle recenti regionali nelle quali era candidata con Emma Bonino, canzonava il velinismo e il dilettantismo in politica.
Il suo curriculum non è un book fotografico, ma un percorso formativo e politico costruito passo dopo passo, seguendo un filo ben preciso. Cresciuta con il mito delle battaglie radicali degli anni Settanta, una laurea triennale in Scienze politiche alla Luiss – con una tesi sul mercato del lavoro -, una laurea specialistica in Relazioni internazionali prevista per l’anno prossimo, un master in European Studies, uno stage al Parlamento europeo a Bruxelles al seguito di Marco Panella e Marco Cappato, e un debole per l’economia, in particolare per la scuola austriaca che segue l’individualismo metodologico, partendo dall’individuo per costruire una teoria con cui allargare il perimetro della società civile e ridurre quello dello Stato.
Quando è iniziata la tua passione per la politica?
Intorno ai quattordici anni, quando nella mia città, Francavilla, con alcuni amici fondai il centro culturale “I cento passi”, ispirato al film. L’unico movimento giovanile attivo lì era quello dei giovani di Rifondazione comunista, con i quali condividevo la militanza, l’iniziativa politica, ma null’altro.
Esiste ancora, tra i giovani, la militanza?
Sì, ma è molto più de-ideologizzata, più attenuata rispetto al passato. E questo non è per forza un male, significa che ci siamo affrancati dalla logica degli anni Sessanta e Settanta. Non c’è nulla di preoccupante nel loro disinteresse per la politica, non credo sia una mancanza di senso civile. Mi allarma di più, invece, chi fa politica senza avere senso civile.
Ma come spieghi questo disinteresse?
La fascinazione dell’antipolitica è il prodotto della politica. Mi chiedo, piuttosto, come potrebbero i giovani interessarsi a una politica come quella di cui leggiamo tutti i giorni sui quotidiani, che è corruzione, malaffare, malapolitica. Alla malapolitica difficilmente puoi coinvolgere un giovane, o meglio, puoi farlo nella logica partitocratica, cioè nella sua cooptazione in quanto giovane, da sbandierare, in una spirale antimeritocratica e puramente giovanilistica. La politica non riesce a trasmettere una passione ideale.
Una passione che, però, tu hai… Riesci a trasmettere il tuo entusiasmo quando ti confronti con i tuoi coetanei?
Con gli studenti dell’associazione Luca Coscioni siamo riusciti a creare una rete vasta che porta avanti un’iniziativa radicale tra i giovani. Impegnare le persone in una militanza attiva non è facile, lo è molto di più coinvolgerle per il sostegno a una singola battaglia, attraverso la firma di petizioni. Vogliono farci credere che alla gente non piaccia più la politica, ma non è vero. Se a parlarne è chi è spinto dalla passione, e non dalla ricerca di uno stipendio, la gente si avvicina e si rende conto che esiste ancora un’altra politica.
Quale compromesso proprio non vorresti fare per la politica?
Quello con la mia dignità personale. Non potrei mai cedere a qualcosa che intacca la reputazione che ho di me stessa. Certo, sono disincantata e non ho una visione idilliaca della politica. So che è fatta di compromessi e di scelte dure.
Quali sono i punti fermi in cui credi?
La libertà individuale. Sono una liberale lib, lib, lib – liberale, liberista, libertaria. Ho una religione della libertà, come la chiamava Croce, da cui non posso prescindere. Credo fortemente nella rivoluzione liberale, nell’alleggerimento dello Stato, nell’ampliamento del perimetro della società civile, in una maggiore libertà delle persone dallo Stato, nell’economia come nelle scelte etiche. Bisogna ripartire da tutto questo, alla fine si aprirà uno spazio dove sarà possibile avviare una fase politica incentrata sull’innovazione, sul riformismo liberale.
Quanto conta la preparazione in politica?
La politica non è soltanto passione, è anche scienza. Penso che ci si debba preparare non solo con lo studio ma anche con la vita nel partito, che aiuta a imparare, a crescere. Oggi la selezione della classe dirigente avviene attraverso la cooptazione, a destra e a sinistra. Se entri nelle grazie del leader riesci ad avere un ruolo, magari a entrare nel palazzo. Ma, in questo modo, quale libertà di pensiero ti rimane? Se devi essere riconoscente verso qualcuno, i tuoi margini di manovra saranno molto ridotti. Purtroppo, ci sono giovani già vecchi, irreggimentati, assuefatti, che non s’indignano, anzi, legittimano la logica della cooptazione. Sono l’emblema del caso Italia, il prodotto dei partiti. Il problema è che i partiti oggi non sono canali di trasmissione di persone capaci e meritevoli, perché sono incancreniti da logiche clientelari e da oligarchie che si autoconservano. Il problema non è la gerontocrazia, ma l’autoconservazione. I partiti non possono limitarsi a cambiare la sigla. Perché i giovani non dicono nulla?
Sarà che indignarsi, ribellarsi, richiede la fatica del cambiamento e il doversi mettere in gioco. Mentre è più comodo aspettare con pazienza il proprio turno. E come conseguenza ci ritroviamo con una deficienza di merito, talento e competenza. Parole che spesso sono usate come slogan, in ogni campo…
Appunto. Chi, a parole, si fa portatore del merito, avalla il ddl sulle professioni legali, una controriforma forense che impone nuovi vincoli, barriere all’ingresso, che spazza via le lenzuolate di Bersani. Nei fatti abbiamo un mercato del lavoro duale, rispetto al quale la classe politica rimane inerte. La legge Biagi è applicata soltanto nella parte della flessibilità e non in quella degli ammortizzatori sociali. Il welfare corporativo, iniquo, che continua a gravare pesantemente sulle donne, soprattutto al Sud, o la riforma delle professioni, che taglia fuori i giovani e rende più pesante il praticantato, fanno parte del mosaico della partitocrazia italiana che può anche parlare di merito, ma che per il cittadino attento si traduce in uno slogan privo di contenuti.
E, così, rimane ancora irrisolta la questione del lavoro per i giovani…
Un nodo cruciale, di cui si parla da una decina di anni ma senza venirne a capo. Sono una fautrice del welfare to work, della flexicurity. In Italia, sono stati i radicali a parlare per primi della flessibilità di cui le imprese hanno bisogno, unita anche a un sistema moderno di ammortizzatori sociali, che preveda un sussidio di disoccupazione con il monitoraggio di chi effettivamente cerca lavoro, come avviene in Danimarca.
Che cosa si può fare per scuotere un sistema cristallizzato e incapace di rinnovarsi e di dare slancio al paese?
L’esperimento inglese può rappresentare un modello, attraverso l’idea di creare un’area politica che faccia dell’innovazione e del riformismo liberale il suo tratto distintivo: la big society contro il big state, in economia, nei diritti civili – con l’individuo al centro – la promozione di un ambientalismo liberale, non ideologico. Una green tax reform dovrebbe essere la prima issue di un partito moderno e innovatore, un ambientalismo che parta dalla riforma fiscale e che sposti la tassazione dalle persone – le tasse sul lavoro sono opprimenti e disincentivano le imprese ad assumere – alle esternalità ambientali. Questo potrà essere il motore di un nuovo soggetto politico, nel quale i radicali potranno avere diritto di cittadinanza per il loro stesso dna.
20 maggio 2010
© 2010 dal sito Ffweb magazine. Tutti i diritti riservati