La filosofia può aiutarci a rispondere a qualcuna delle questioni che si sono aperte intorno al testamento biologico, o almeno a formulare un orizzonte? A giudizio di Angelo Panebianco, questo possibile aiuto va rifiutato in limine, giacché la democrazia non è attrezzata per rispondere a quesiti filosofici, tesi che così formulata sembra incontestabile.
Claudia Mancina, sul Riformista di ieri, sembra accettare questa premessa, anche se spinge il ragionamento in un’altra direzione e verso conclusioni diverse, per me fra l’altro più condivisibili, perché più vicine a una interpretazione del principio di autodeterminazione, ma in un quadro, forse, di agnosticismo "afilosofico" che può essere discusso. Se ora si torna alla domanda che mi sono posto all’inizio, va detto che si sottovaluta il fatto che la stessa democrazia è un prodotto lungamente; elaborato proprio dalla filosofia, e che dunque è possibile che ci siano filosofie della democrazia in grado di aiutare a impostare i quesiti, pure drammatici, che sono davanti agli occhi di tutti, e che queste filosofie non si arrendano all’agnosticismo: «Sono fatti che non mi riguardano proprio perché sono una democrazia», come se quest’ultima potesse a lungo convivere con l’indifferenza rispetto a problemi che stringono da ogni dove la coscienza contemporanea. Su quest’ultima formulazione bisogna riflettere un momento. Si può muovere, intanto, da una facile previsione. I quesiti emersi a partire dal caso Welby fino a quelli ancora scottanti, si faranno sempre più pressanti nel dibattito pubblico, sospesi fra conquiste tecnologiche, riflessioni etiche, scelte politiche e normative, interventi confessionali. Al tramonto dei grandi racconti storico-apocalittici sul destino del mondo, corrisponde specularmente un più netto ed esplicito ingresso della vita (la vita migliore, la vita assistita, la vita privata, e tante altre "vite" di cui parlano anche le costituzioni) nella cura della politica.
La vita rompe da tutte le parti le frontiere che la politica magari vorrebbe darsi, più che mai oggi che sono in crisi le forme consolidate della rappresentanza. Del resto, si può aggiungere, non si è attesa la fine dei grandi racconti sul destino dell’umanità (che anzi sono stati una parentesi tra due fasi diverse della storia del potere) per cogliere la connessione strettissima fra potere e vita. Credo quindi che sia difficile esorcizzare questo nesso, sostenendo una posizione come quella di Angelo Panebianco – di rispettabilissima matrice ultraliberale: il potere non si intrometta in ciò che non lo riguarda. Il fatto è che il potere si è formato in un rapporto stretto e drammatico con il tema della vita (e della morte), e non si è mai conosciuto potere, soprattutto nel mondo moderno, e proprio da quando è diventato potere o democratico o totalitario, che non le riguardasse e non si definisse in una relazione con esse. Il potere ha dato vita, fino ad assumere il benessere dell’individuo come proprio fine; e ha dato morte, fino a disciplinare industrialmente la morte collettiva o a chiamare l’individuo a morire per lui. Si è collocato morfologicamente proprio sul crinale di quelle grandi questioni di frontiera che avevano riguardato, in vari modi, il pensiero e l’azione della politica. Ma la democrazia non è essa stessa una forma del potere politico, messa a fuoco nelle congiunture del mondo moderno, a partire dalla formazione dello Stato?
E che cosa queste filosofie del potere democratico possono dire anche a noi contemporanei su temi che nessun esorcismo potrà allontanare dal cuore della coscienza pubblica? E proprio su quel crinale decisivo che divide e mette insieme vita e morte? Possibile che debbano restar mute? Possibile che un loro principio fondativo non ci debba orientare? La filosofia può almeno fornirci un orizzonte, un pensiero, e non intendo andare oltre un’indicazione che non è certo base diretta per una decisione normativa, ma forse sì per una riflessione. Ad esempio, il valore primario della libertà, incoercibile desiderio dell’individuo contemporaneo, forse l’unico finalismo storico che ha retto alle durissime repliche della storia; i kantiani doveri dell’uomo verso se stesso, in un quadro in cui doveri e diritti sono stretti gli uni agli altri, si definiscono oltre l’adesione a un credo religioso che intenda sacralizzarli e valorizzano al massimo quello scrigno della morale che è la volontà libera; quella fulminante definizione di Spinoza che dice: «Ciascuna cosa naturale ha dalla natura tanto diritto quanta potenza ha di vivere e di agire» e aggiunge: «II fine dello Stato è, nei fatti, la libertà»; e poi l’etica della responsabilità di weberiana memoria.
E lo spazio mi ferma qui. Principi, orizzonti, che in modi diversi hanno contribuito alla fondazione di una idea di democrazia costruita a partire proprio da un rapporto politica-vita che si colloca dal punto di vista della libera coscienza e potenza della decisione e dell’agire. Criteri forse meno indeterminati di quanto a prima vista si possa pensare anche per ispirare una decisione possibile.