Che business i bebè in provetta

di Elvira Naselli
La legge 40 ha 3 anni: sono sempre più numerose le coppie italiane che vanno all’estero in cerca di un figlio.

I vip scelgono gli Stati Uniti. Perché oltreoceano un paio di tentativi di fecondazione artificiale, con diagnosi prenatale e magari donazione di gameti, costa più o meno come acquistare un appartamentino al mare in Italia. A tre anni dalla legge 40, e dal fallimento del referendum, le associazioni si mobilitano per frenare quello che con un eufemismo viene definito “turismo procreativo”.
Cifre in crescita, che arricchiscono i centri di tutta Europa che, per far fronte alla domanda crescente delle coppie italiane, si sono attrezzate con interpreti, medici italiani e pacchetti “tutto compreso”, proprio come per i viaggi vacanze. Tutto sulla pelle delle coppie, e sono sempre di più, che si ritrovano ogni giorno a dover affrontare la propria sterilità. Non è, però, soltanto un problema economico, ma di diritto alla salute di tutti i cittadini, un diritto riconosciuto dalla Costituzione.
“Gli obblighi previsti dalla legge 40”, spiega Filomena Gallo, presidente di Amica Cicogna onlus e avvocato, “hanno degli effetti prima di tutto sulla salute delle donne, costrette a iperstimolazioni continue per il divieto di congelare embrioni, obbligate a gravidanze trigemine perché si devono impiantare tutti e tre gli embrioni e magari poi si perdono tutti e tre. Una situazione che, secondo un sondaggio che abbiamo realizzato, spinge più della metà delle coppie all’estero”.

Dove però, secondo il professor Carlo Flamigni, che ha appena dato alle stampe “Diario di un laico (ed. Pendragon), un viaggio durato due anni per tutta l’Italia a parlare di legge 40, si comincia a sentire odore di sfruttamento. “Vengono proposte alle coppie molte analisi preimpianto costose e poco affidabili”, spiega il famoso ginecologo bolognese, “che ovviamente le coppie fanno perché si fidano. Ma non tutti i centri sono uguali, sia in Europa che in Italia. In Europa, il Belgio ha percentuali straordinarie, simili agli Stati Uniti: circa il 30 per cento di nascite su 100 donne che iniziano il trattamento. L’Italia si pone a livello medio, con 22-23 nati su 100 donne, ma questo vale nei centri dove si fanno tanti cicli, chi ne fa pochi ha un’abilità diversa. Ovviamente conta anche l’età della donna. Mi preoccupa comunque che, per esempio in Belgio, le regole che valgono per le pazienti locali non valgono per le italiane: per legge alle donne più giovani impiantano un solo embrione per volta, per evitare gravidanze gemellari e trigemine, più rischiose ed estremamente costose per il sistema sanitario. Solo dopo alcuni tentativi falliti con un embrione ne trasferiscono di più. Questo criterio non viene applicato alle italiane, perché i costi vengono pagati dal nostro paese…”.
Il limite imposto dalla legge spinge dunque le coppie all’estero. Anche se, precisa Flamigni, “sono soltanto alcune categorie ad avere necessità di tentare fuori, cioè quelle per le quali tre ovociti fecondati sono inadeguati: le donne vicine ai 40 anni e gli uomini con una sterilità severa”. Questi ultimi, secondo il sondaggio su www.amicacicogna.it sono responsabili in 53 casi su cento di sterilità di coppia (23% femminile e 23 inspiegata).

Intanto le coppie italiane continuano in quella che Laura Fabris, nel suo bel libro “L’albero del melograno” (casa editrice Mammeonline, 10 euro) definisce “una strada impervia che rischia di distruggere il cuore e il fisico”, oltre che il rapporto di coppia, che spesso non regge un peso emotivo enorme. Nel suo racconto Laura ripercorre tutte le tappe dei suoi ultimi anni, costellati da un’altalena emotiva fatta di rabbia e disperazione, speranza e fallimento, solidarietà umana prima che femminile con le altre donne in sala d’attesa e invidia malcelata per chi invece ce l’ha fatta. Ma anche dolore fisico per quelle “punture nella pancia” e per quell’infinito iter cui lei e il suo compagno si sono sottoposti. La loro coppia ne è uscita rafforzata, il dolore li ha uniti e, dopo tre fallimenti, adesso ci riproveranno, all’estero stavolta. L’anno scorso le coppie emigrate sono state più di 4000; a molte di loro le disponibilità economiche consentivano un solo tentativo