In realtà tutta l’operazione ha avuto un indice di successo basso, del 5,9%. Per ora non ci sono applicazioni pratiche e le cellule clonate non sono utilizzabili per curare i malati dai quali le cellule della pelle erano state prelevate perché le cellule staminali generate con l’uso delle cellule dei pazienti sono probabilmente difettive, cioè non si comportano come una cellula staminale normale: non si sa cosa possono combinare e quindi non possono essere usate nei pazienti.
A distanza di 24 ore dalla notizia proveniente dalla Corea, è stato annunciato che ricercatori britannici dell’università di Newcastle hanno creato in laboratorio il primo embrione umano clonato in Gran Bretagna. Obiettivo della ricerca, mettere a punto embrioni “fotocopia” le cui cellule possano essere impiegate per curare diverse malattie. In pratica, gli autori dell’esperimento hanno prelevato gli ovuli da undici donne, hanno rimosso il materiale genetico e lo hanno sostituito con il Dna prelevato da cellule staminali embrionali.
Non si tratta di clonazione riproduttiva, sottolineano i ricercatori, una pratica fuori legge nel Regno Unito dal 2001. Nella ricerca condotta a Newcastle, tre degli embrioni clonati si sono sviluppati in laboratorio per tre giorni, e uno è sopravvissuto per cinque giorni. Come mai tanta attenzione per le ricerche sulle staminali se però i fondi per la ricerca arrivano solo per ora dal settore pubblico? Come spiega Claudio Bordignon direttore scientifico dell’Istituto scientifico del San Raffaele «mentre il settore pubblico è interessato comunque a finanziare le ricerche sulle cellule staminali perché pressato dalla pubblica opinione e dai media, le multinazionali farmaceutiche non investono perché le ricerche sono davvero lunghe e per ora non si prevedono terapie. Inoltre, le ricadute cliniche non sono prevedibili e comunque ogni paziente dovrebbe avere una terapia fortemente personalizzata». Il settore pubblico rimane dunque per ora l’unico interessato a finanziare la ricerca sulle staminali, ma sono piccoli fondi se comparati con gli investimenti che le aziende farmaceutiche solitamente fanno per portare un farmaco alla fase di sperimentazione umana. Forse si arriverà a poter disporre di cellule staminali di base che poi si potranno adattare ad ogni singolo paziente. Si sta anche cominciando ad investire nello sviluppo di molecole che regolano la produzione di staminali direttamente nel paziente, ma sono scenari ancora futuribili e che comportano anche enormi investimenti sulle strutture sanitarie. Angelo Vescovi, direttore del gruppo di ricerca sulle cellule staminali nervose allo Stem Cell Research Institute dell’ università di Edimburgo e condirettore dell’Istituto di ricerca sulle cellule staminali del San Raffaele sottolinea: «Il tempo per parlare di terapie è davvero di là da venire. Queste sono notizie sensazionalistiche. Che la scienza sia arrivata a poter clonare un uomo già si sapeva, quello che ci sarebbe da chiedersi è che senso ha farlo».