di Roberto Mordacci
Nella discussione sul testamento biologico, monsignor Giuseppe Betori, segretario generale della Cei, ha sostenuto che una legge in tal senso non è necessaria perché aprirebbe «pericolosi scivolamenti verso esiti di tipo eutanasico». L’argomento utilizzato si può definire un’ applicazione del cosiddetto slippery slope (pendio scivoloso): l’ammissione di comportamenti in sé accettabili indurrebbe a giustificare, o a non poter vietare, comportamenti inaccettabili intesi come un’estensione della pratica ammessa. L’argomento vale se lo scivolamento è realmente probabile sotto il profilo sia concettuale sia sociologico.
Non è chiaro se il progetto di legge apra realmente queste possibilità. In Italia l’eutanasia è vietata e il rifiuto di alcune cure è stato finora ben distinto, sia concettualmente sia socialmente, dalla richiesta di essere uccisi. Il consenso informato ha permesso a molti pazienti di rifiutare cure ritenute sproporzionate e questo è un evidente superamento del paternalismo medico. Se la legge sarà chiara sulle condizioni alle quali l’individuo può rinunciare a trattamenti sproporzionati, questo non potrebbe essere l’anticamera dell’eutanasia: si tratta piuttosto di un argine allo strapotere della tecnologia medica. Inoltre, l’argomento non può risalire così indietro da impedire pratiche che corrispondano a legittime esigenze di individui liberi ed eguali. Il testamento biologico è, insieme al consenso informato, uno dei principali mezzi per evitare l’accanimento terapeutico. Se siamo contrari a quest’ultimo dovremmo riconoscere che, nelle circostanze in cui il trattamento sarebbe vissuto come un uso della tecnologia medica che viola la dignità personale, l’individuo non può essere costretto a curarsi. Nelle persone coscienti, i trattamenti medici non possono essere attuati contro la volontà del paziente e sembra ragionevole che tale volontà si estenda anche alle situazioni di incoscienza. In tal senso si pronuncia anche l’articolo 9 della Convenzione di Oviedo, ratificata dall’Italia: «I desideri precedentemente espressi a proposito di un intervento medico da parte di un paziente che, al momento dell’intervento, non è in grado di esprimere la sua volontà saranno tenuti in considerazione» . Per opporsi a questa tesi si dovrebbe sostenere che vi sono cure che ciascuna persona deve sempre considerare obbligatorie per sé. Per esempio i trattamenti di sostentamento vitale, come l’idratazione e l’alimentazione artificiali. Anche un individuo cosciente e libero avrebbe l’obbligo di richiedere questo tipo di trattamenti; in caso di rifiuto, dovrebbe essere attuata l’alimentazione e idratazione forzata. Per trattamenti medicalmente più complessi, come i ventilatori meccanici, la loro applicazione in caso di rifiuto dovrebbe essere coercitiva. Si dovrebbe perciò negare che il consenso informato in questi casi sia necessario. Le conseguenze del divieto di rifiutare certe cure in condizioni di incoscienza si estenderebbero agli stessi trattamento in stato di coscienza. Mi pare che questo sia definibile come un accanimento terapeutico. Il pendio è perciò ambivalente. Ora, se si vuole una discussione che non perda di vista il cuore del problema, cioè l’estensione del consenso informato e del diritto a rifiutare le cure, probabilmente sarebbe più opportuno non spostare sempre la discussione verso l’eutanasia, specie con argomenti deboli. Le persone oggi temono la deformazione del morire ad opera delle tecnologie mediche e la perdita della dignità che alcune di esse oggettivamente procurano. Su questo appare quindi opportuna una legge che consenta agli individui di evitare l’accanimento terapeutico o, quanto meno, un paternalismo medico di ritorno. Il pericolo, probabilmente, non è l’eutanasia, ma la spersonalizzazione del morire e delle pratiche mediche, su cui è bene esercitare una coscienza critica.
Non è chiaro se il progetto di legge apra realmente queste possibilità. In Italia l’eutanasia è vietata e il rifiuto di alcune cure è stato finora ben distinto, sia concettualmente sia socialmente, dalla richiesta di essere uccisi. Il consenso informato ha permesso a molti pazienti di rifiutare cure ritenute sproporzionate e questo è un evidente superamento del paternalismo medico. Se la legge sarà chiara sulle condizioni alle quali l’individuo può rinunciare a trattamenti sproporzionati, questo non potrebbe essere l’anticamera dell’eutanasia: si tratta piuttosto di un argine allo strapotere della tecnologia medica. Inoltre, l’argomento non può risalire così indietro da impedire pratiche che corrispondano a legittime esigenze di individui liberi ed eguali. Il testamento biologico è, insieme al consenso informato, uno dei principali mezzi per evitare l’accanimento terapeutico. Se siamo contrari a quest’ultimo dovremmo riconoscere che, nelle circostanze in cui il trattamento sarebbe vissuto come un uso della tecnologia medica che viola la dignità personale, l’individuo non può essere costretto a curarsi. Nelle persone coscienti, i trattamenti medici non possono essere attuati contro la volontà del paziente e sembra ragionevole che tale volontà si estenda anche alle situazioni di incoscienza. In tal senso si pronuncia anche l’articolo 9 della Convenzione di Oviedo, ratificata dall’Italia: «I desideri precedentemente espressi a proposito di un intervento medico da parte di un paziente che, al momento dell’intervento, non è in grado di esprimere la sua volontà saranno tenuti in considerazione» . Per opporsi a questa tesi si dovrebbe sostenere che vi sono cure che ciascuna persona deve sempre considerare obbligatorie per sé. Per esempio i trattamenti di sostentamento vitale, come l’idratazione e l’alimentazione artificiali. Anche un individuo cosciente e libero avrebbe l’obbligo di richiedere questo tipo di trattamenti; in caso di rifiuto, dovrebbe essere attuata l’alimentazione e idratazione forzata. Per trattamenti medicalmente più complessi, come i ventilatori meccanici, la loro applicazione in caso di rifiuto dovrebbe essere coercitiva. Si dovrebbe perciò negare che il consenso informato in questi casi sia necessario. Le conseguenze del divieto di rifiutare certe cure in condizioni di incoscienza si estenderebbero agli stessi trattamento in stato di coscienza. Mi pare che questo sia definibile come un accanimento terapeutico. Il pendio è perciò ambivalente. Ora, se si vuole una discussione che non perda di vista il cuore del problema, cioè l’estensione del consenso informato e del diritto a rifiutare le cure, probabilmente sarebbe più opportuno non spostare sempre la discussione verso l’eutanasia, specie con argomenti deboli. Le persone oggi temono la deformazione del morire ad opera delle tecnologie mediche e la perdita della dignità che alcune di esse oggettivamente procurano. Su questo appare quindi opportuna una legge che consenta agli individui di evitare l’accanimento terapeutico o, quanto meno, un paternalismo medico di ritorno. Il pericolo, probabilmente, non è l’eutanasia, ma la spersonalizzazione del morire e delle pratiche mediche, su cui è bene esercitare una coscienza critica.