Dall’«J Care» veltroniano al pragrmatismo di Bersani
Una volta i simboli erano Imagine di John Lennon, oggi il mezzo stivaletto a punta in pelle punzecchiata nera, stile ragazzo da bar emiliano, Bersani (Pierluigi non Samuele). Un tempo pare di ricordare che pullulassero citazioni riferimenti letterari e chi più ne aveva meglio era,
oggi latitano le visioni, non si vuole dire i sogni figuriamoci slagan e immaginario pop.
Forse perché l’ora è grave, la stagione del governo probabilmente vicina e si vuole apparire seri al limite del grigiore; forse perché il partito-I care di Veltroni è diventato il partito-tortellino del suo responsabile per il programma. Non un cantante, a dispetto del nome; e anche questa è un simbolo: in altri tempi la relazione d’apertura l’avrebbero fatta fare a Samuele.
La transizione la spiega propria lui, Pierluigi Bersani alzandosi un po’ dalla sedia-tortura per sgranchirsi le gambe dalla defatigante, ultima mattinata di interventi-mitragliate sulle sinapsi.
«il partito democratico, gli slogan, I care… ma dai, su, questo e chiacchiericcio. Mi dicano che vogliono fare il partito democratico e mi siedo subito al tavolo, ma fatto apposta», spiega ma amici, ci vogliono due anni, non due mesi!». Prima ci sono le elezioni; e l’intervento inaugurale della conferenza ha magari risposto all’ accusa di programmismo, ma non produce simboli. Niente visioni. Poco che scaldi il cuore. «L’abbiamo fatto apposta» spiega Bersani. «Beh sì, ci sarebbe questo “amare l’Italia”, ma mi rendo… qualcosa se lei guarda nella mia relazione c’è, per esempio “aprire la parta a chi resta fuori e bussa”… o in quella di Massimo, “unire l’Italia”.., ma non si insomma, dai, se avessimo fatto uno slogan da soli domani la Margherita avrebbe fatto il suo e dopodomani lo Sdi il loro, ed eravamo da capo a dodici… slogan e visioni bisogna produrli tutti insieme».
Gianni Cuperlo lo dice dottamente, «per i simboli e le immagini il lavoro comincia adesso. Con gli alleati». Nicola Zingaretti ha un’altra teoria, «non abbiamo più bisogno di immagini perché ormai siamo fuori dal dramma», come se saper scaldare i cuori servisse solo quando si è ‘messi male. Certo c’e Fabio Mussi che si ribella, «va bene il realismo emiliano, ma non c’e principio di realtà senza lo spazio per un grande sogno!», però lui si ribella sempre; e poi e anche tecnicamente minoranza.
Vi sono stati anni in cui pur si vedevano reboanti pashmine comprate nel mercatino di Covent Garden ma fatte rigorosamente arrivare via Peshawar; oggi c’e uno sciarpone simil pashmina rossa di Raberta Cuillo, che non è esattamente la stessa cosa dì Lilli Gruber; una sciarpa che è palesemente per non prender freddo sempre di Bersani; un completo viola di Anna Serafini, molto elegante ma non altrettanto evocativo. Qualche cronista forse per rallegrare il tutto corteggia Gianni Cuperlo.
Fassino avrà pure ragione che «i Ds non vendono sogni», ma forse adesso esagerano un po’. E comunque. I simboli nell’oggettistica rimasti sono un maglioncino giallo portato sotto la giacca di Cesare Salvi; una pipa del medesimo colore infilata nel taschino sinistra di Sandro Curzi, che la offre gentilmente per riscaldare i cuori perché anche lui è convinto, «se ne stanno a fregà un po’ troppo della comunicazione, della tv, del messaggio, troppo pragmatismo…»; un’altra pipa ciancicata da Diaco, interprete delle sollecitudini del gruppo dirigente sulle opportunità da dare ai giovani.
Si parla molto di Giddens, Fitaussi, Tauraine, ma erano qui, cosa volete che scaldino? Veca cita Kant, «dato che la terra è tonda noi esseri umani siamo tipi destinati prima o poi a incontrarci», sì, da Mario, prima o poi. E coltissimo Fassino cita il grande Zygmunt Bauman e tiene gli appunti del sua discorso infilati dentro The world is flat, ponderoso saggio di Tom Friedman, ma via, mica è Dylan, anche Friedman in fondo è bersanismo stile New York Times. Ci sarebbe Shakespeare, ma con due piccolissimi problemi: primo, è Shakespeare del Re Lear che dice «noi dobbiamo accettare il peso di questo tempo triste», ciò che appunto dicevano le nonne emiliane cinquant’anni fa, con alta o accento; e secondo, lo si scova pagina 187 dei «Materiali per un contributo al programma dell’ Unione» testo di agile lettura, 220 pagine presumibilmente non godute appieno dall’intera platea. I tortellini no sono andati come certe sfogliatine emiliane in onore a Bersani nonostante fossimo a Firenze.
Amato menziona Marcuse, D’Alema Gramsci, due semi interdetti nel partito-I care. Pragmatismo serietà. Viva l’Emilia, operosa e silente. E se alla fine proprio si deve cantare che sia Rina Gaetano e non i gingillini Coldplay, il cielo è sempre più blu e non dobbiamo tingerci allegri, e comunque D’Alema lo si legge dalle labbra, risponde così a chi invoca una sua partecipazione all’unico ritornello della tre giorni: «No no, io non canto».