Il Nobel fu richiamato per studiare il genoma, poi ritornò in Usa.
L’Italia è quasi del tutto assente dalla corsa verso le biotecnologie. Veti ideologici, carenze di strutture, mancanza di finanziamenti pubblici e privati, stanno lasciando il nostro paese lontano da quello che sembra a tutti gli effetti essere il business del futuro.
Le cellule staminali embrionali, gli organismi geneticamente modificati, la donazione e, da ultimo, organismi sintetici come quello che vuole creare Craig Venter, sono solo la punta dell`iceberg di un boom delle biotecnologie, sul quale molti paesi stanno puntando. In Europa, per esempio, la Svezia ha creato intorno al Karolinska Insitutet un polo di ricerca e di sviluppo tecnologico che fa impressione: almeno 40.000 addetti con un fatturato stellare. Le applicazioni delle biotecnologie sono infatti enormi e in ogni campo industriale. Ma anche altri paesi, come la Spagna, la Gran Bretagna, gli Stati Uniti e le nuove potenze asiatiche, stanno allestendo laboratori nei quali si traducono le, conoscenze scientifiche acquisite nei laboratori in prodotti commerciali. Eppure in questa corsa il nostro paese era partito in Pole Position. Già nel 1986 il Premio Nobel Renato Dulbecco era stato tra i primi promotori di un consorzio internazionale per la decodifica del menoma umana. Ma è proprio la storia di Dulbecco che spiega più di ogni altra la condizione della ricerca in Italia. Il Premio Nobel venne infatti richiamato in Italia dagli Stati Uniti e gli fu affidato il Programma Nazionale Per il Sequenziamento del Genoma. La struttura operativa che avrebbe dovuto affiancarsi a quelle degli altri paesi per arrivare a quell’ambizioso obiettivo. Il Premio Nobel mise a disposizione il suo talento ma alla fine i finanziamenti destinati al suo laboratorio cominciarono a diminuire, fino a quando i rubinetti non si chiusero del tutto. Così quando nel luglio del 2000 il Presidente Clinton accolse alla Casa Bianca gli scienziati del consorzio pubblico che aveva sequenziato il genoma e quelli privati della Celera Genomics, il nostro Premio Nobel e con lui molti ricercatori rimasero davanti alla televisione a guardare. Che il nostro paese sia tra quelli che investono meno risorse pubbliche nella ricerca è una dato acquisito. Ma anche i privati non sono da meglio. Solo che ora la corsa al biotech sembra interessare finalmente anche gli imprenditori. Qua e là nel paese stanno infatti nascendo nuove imprese private che cercano di trovare un rapporto con i ricercatori e sviluppare nuovi prodotti. Per esempio in Sardegna il Polo tecnologico di Pula è una delle principali iniziative in questo settore. Ma sono ancora troppo poche. Così ancora quei ricercatori che lavorano in prima linea con i settori più avanzati della ricerca si trovano ogni giorno a dover fare i conti con le ristrettezze e la mancanza di budget. E` il caso per esempio di Pier Luigi Luisi che nei suoi laboratori dell’Università di Roma Tre lavora ad un settore che è già oltre il lavoro di Craig Venter. Infatti Luisi è al lavoro non sul Dna sintetico, come sta facendo Venter, ma su tutto il materiale che compone una cellula. Ed è anche arrivato ad un passo dall’averla creata. Eppure quando è arrivato in Italia, l’Università non è riuscita a trovare i fondi per mettergli a disposizione un laboratorio efficiente con tutto il personale necessario. «I miei colleghi e l’Università sono stati disponibilissimi, ma proprio non si riusciva a trovare i fondi per le macchine che ci servivano. Così ho pagato di tasca mia i 60.000 euro necessari per l’acquisto e per il trasporto.