In questi giorni assistiamo ad un fenomeno singolare. Il moltiplicarsi, sulla stampa e sui mezzi d’informazione, di voci, opinioni e – fatto ancor più unico – di analisi storiografiche dei radicali e del loro ruolo nella politica e nella società italiana, da parte di chi non solo conosce molto poco questa nostra storia, ma soprattutto conosce poco la società del nostro Paese. Prendo come riferimento per tutti quanto espresso ieri dal Vescovo di San Marino Luigi Negri dalle colonne di questo giornale. Monsignor Negri afferma, tra l’altro, che i radicali sarebbero l’espressione di una ‘élite dei disastri’ borghese se non addirittura aristocratica, economicamente ben dotata (!), che ha come obiettivo la fine del cattolicesimo, e dunque la fine della cultura popolare in Italia. La storia radicale, invece, è la storia di un’azione politica ininterrotta, fatta di iniziative ed eventi straordinari che hanno potuto contare sul solo sostegno economico dell’autofinanziamento. Non mi riferisco solo alle lotte per i diritti civili: per il divorzio, l’aborto, l’obiezione di coscienza al servizio militare, il voto ai diciottenni; per i diritti dei più deboli, dei carcerati, degli emarginati e oggi dei malati, con le lotte di Luca Coscioni e Piergiorgio Welby. Iniziative di un partito tutt’altro che ‘antipopolare’: momenti che permangono vivi e presenti nella memoria di molti e che hanno inciso profondamente nel costume e nella cultura di un Paese reduce dalla guerra e dalla Resistenza, costretto dalla presenza politica’ della Chiesa e da oltre vent’anni dì dominio fascista. Un Paese al quale come ‘alternativa laica’ veniva offerto il predominio della Democrazia Cristiana e del Partito Comunista più forte dell’Occidente.
Da allora i radicali, il Partito Radicale, sono stati i veri ‘antagonisti’ di quel partito. La proposta radicale dell’unità laica delle forze, l’affermazione ‘della vita del diritto per il diritto alla vita’, prospettava l’esigenza di una contrapposizione liberale al costituirsi e al consolidarsi di quella partitocrazia. Già da quel momento, con quelle iniziative, si prefigurava la rivoluzione liberale su modello anglosassone, come condizione da realizzare per assicurare la democrazia al nostro Paese. Era proprio quel predominio, semmai, la vera ‘élite’ del potere, non certo il Partito Radicale che invece, da quella ‘élite’ ha sempre subito tentativi di annullamento. Le nostre battaglie hanno emozionato e coinvolto; hanno raccolto e tuttora raccolgono il consenso, l’appoggio e persino l’obolo’ di molti cattolici, laici, non credenti e credenti di ogni fede. Questo patrimonio – il cui furto francamente non ci spaventa – è oggi, credo, patrimonio di tutti, anche del Vescovo di San Marino, oltre che delle donne e degli uomini che da cinquant’anni ci danno fiducia. E’ questo, semmai, l’unico, autentico ‘pericolo radicale’.
*Presidente del Partito radicale nonviolento, transnazionale e transpartito