“Senza i sofisti non ci sarebbero l’Europa e l’occidente, e anche la chiesa non sarebbe quello che è”
Scorro sempre con diletto, avanti e indietro, la monumentale storia della filosofia di Giovanni Reale, pensatore platonico e cattolico. Nel volume secondo, dalle pagine dedicate ai sofisti estraggo gemme impagabili, di gran conforto alla mia modesta scepsi laica. Reale apprezza i sofisti: storicizzati, ingabbiati nella metafisica platonico-aristotelica, possono servire – e sono serviti – a edificare il castello dell’identità europea e dell’occidente, fondata sulla razionalità greca integrata (con qualche diffidenza) dalla spiritualità cristiana.
Ora, però, Protagora, Gorgia, Prodico e seguaci squadernano a me gli strumenti atti a demolire l’ottimistica e un po’ irenica interpretazione. Non sono, l’Europa e l’occidente, messi in discussione e denunciati per essere caduti nel vizio relativistico da cui non sembrano volersi riscattare? E dove troviamo le radici del relativismo se non nel pensiero di questi “illuministi” (cfr. G. Saitta) che si muovono incessantemente nello spazio dell’Agorà, instancabili manipolatori della parola fino a intrappolarla nel nichilismo della negazione assoluta dell’Essere? I sofisti avvolgono l’interlocutore nelle spire d’una dialettica infinita: “Intorno ad ogni cosa ci sono due ragionamenti che si contrappongono tra loro”. Reale lo ammette, Protagora ha delineato “le prime forme del relativismo occidentale”. In quella remota alba della logica e della retorica (che è formazione dell’individuo, del cittadino) i sofisti inventano l’occidente come terra del relativo. E da allora, mi pare di poter dire, la storia dell’occidente è storia del continuo, metodico disgregarsi delle sue certezze in conseguenza della domanda ereditata dai sofisti: “Cosa è questo?” E’ l’ermeneutica, piaccia o no. Non c’è bisogno di Colli e Montinari, della loro lettura nietzschiana di quegli straordinari filosofi, per avvertirlo. L’occidente si disgrega, si rielabora e si rifonda continuamente. E non disgrega solo se stesso. L’occidente ha disgregato culture e civiltà che sarebbero altrimenti restate autoctone e chiuse. Con le caravelle e i “conquistadores”, con l’“asiento”, con le cannoniere, i cannoni dell’ammiraglio Perry o con l’oppio, ha dissolto millenarie comunità tribali come pure i grandi imperi delle vecchie e delle nuove Indie, il giapponese e il cinese. Ancor più che con le armi, l’occidente ha disgregato con la parola, caleidoscopio semantico oscillante tra Verbo e “flatus vocis”, dove tutto è incerto – grazie sempre al “Cosa è questo?” – ma dove anche nascono e rinascono, come l’araba fenice, il dialogo e la comunicazione. Il cristianesimo stesso ha plasmato l’occidente ma ne è stato plasmato. La chiesa latina, innestandosi nell’Impero a Roma – molto a ovest di Costantinopoli – si laicizza girando di 45 gradi l’ingresso delle basiliche per farvi entrare le processioni di popolo, “massa” non solo “damnationis”; e, molto più che l’ortodossia chiusamente panslavista o il protestantesimo – almeno nei suoi esiti postluterani, fondamentalisti, biblisti – sviluppa la più viva e mobile ermeneutica del “depositum fidei” grazie al confrontoscontro con le forme della modernità. La condanna del catastrofismo La condanna all’occidente “catastrofista” è – essa – esposta pericolosamente al baratro del catastrofismo. La lettura ermeneutica è stata ed è aperta al cammino della speranza, della scoperta – costruttiva, pur se faticosa – che l’uomo fa della sua storica umanità: Vico avrebbe detto “Veritas filia temporis”. Dai greci in poi è stato possibile controllare la tecnica, le tecniche, attraverso l’Agorà della discussione, del dibattito, della responsabilità sociale, della democrazia, diciamo; fallace ed esposta all’errore, ma dispensatrice di certezze condivise: Heidegger non vide salvezza dalla tecnica semplicemente perché non era democratico. Ma ve lo immaginate, l’occidente che rinuncia a porsi l’inquietante domanda, “Cosa è questo?”, o nega che su ogni tema vi siano sempre “due ragionamenti che si oppongono tra loro?” Sarebbe ancora quell’oriente dove allignano, immobilmente, i miti e le credenze del fondamentalismo. Non avremmo il capitalismo della “distruzione creativa”, e nemmeno la Fallaci.