Appunti per il dibattito sulla RnP

[inline:1]di Angiolo Bandinelli, Consigliere generale Associazione Luca Coscioni per la libertà di ricerca scientifica e membro della direzione nazionale della RnP

Tre interventi, due interni e uno esterno, hanno risollevato il dibattito sulla Rosa nel Pugno e il suo destino, fino a ieri piuttosto deludente: Alberto Benzoni e Biagio Di Giovanni, gli interni; Francesco Giavazzi sul “Corriere della Sera” di domenica, l’esterno. I due (ex) partners – i radicali e i socialisti – sono occupatissimi nel lanciarsi reciprocamente torte in faccia: “movimentista!”, “clientelista!”; “insopportabile pannellato!”, “subalterno ai Ds!”; “fissato mangiapreti!”, “economicista da strapazzo!”

Anche l’attento Enrico Boselli non vola alto, quando si lamenta perché deve leggere sulla stampa delle iniziative di Pannella: non credo che Craxi fosse molto più sollecito ad avvertire lui o altri dirigenti socialisti delle sue uscite. Poi, le “dimissioni” di Villetti da Presidente del Gruppo. Che pena, ripensando a quello che solo un anno fa venne presentato come un grande progetto riformatore e oggi, proprio in questo dibattito, si rivela come un trucchetto elettorale nel quale nessuno o pochissimi, in realtà, credevano nel momento stesso in cui ne firmavano l’atto di nascita. Alla fine, la crisi è precipitata. Irreparabilmente?

1) Movimentiamo? Ma per piacere…

Ovviamente questa rappresentazione è semplicistica. Dovrebbe essere ampliata e arricchita, almeno ai livelli della domenicale conversazione notturna di Marco Pannella. Inimitabile, ahimè. Allora, qui conviene (mi conviene) limitarsi a un paio di punti, per integrare l’ottimo Biagio Di Giovanni, che ovviamente di alcune cose ed eventi lontani non poteva essere testimone e dunque cronachista. In primo luogo, non credo sia inutile soffermarsi un po’ ancora sulla faccenda della “antropologia radicale”, con quel “movimentiamo” che si contrapporrebbe al rispetto “istituzionale” rivendicato dai socialisti doc. Sarebbe una trovata solo ridicola, se non fosse un architrave del dibattito sui radicali, e da sempre. Un falso. In mezzo secolo di lotte, i radicali hanno posto in primo piano non tanto la difesa (come afferma Emma Bonino) ma l’intransigente promozione delle Istituzioni, lo sforzo di ancorarle nel diritto e nella coscienza popolare, esclusa e tenuta lontana dalla partitocrazia. Si potrebbe cominciare addirittura con l’Ernesto Rossi amministratore dei beni ARAR, liquidato da una coalizione di forze preoccupate del rigore istituzionale della sua gestione: se quell’esempio avesse preso piede, cosa si sarebbe dovuto pretendere anche dall’ENI o dalle Partecipazioni Statali? Il rigore di Rossi diventò, nelle accuse degli avversari, moralismo azionista, snobismo radicale: e siamo ancora lì. Arriva poi Pannella. La sua battaglia per il divorzio fu un modello di condotta istituzionale, intesa a far funzionare il parlamento contro chi invece voleva esautorarlo, impedendogli di legiferare su un tema così centrale. Uno dei momenti più belli del rapporto tra radicali e socialisti si ebbe quando insieme a Giacomo Mancini (che io anteporrei di gran lunga a Lombardi) venne stabilita la calendarizzazione del dibattito in Senato del progetto di legge (che anche allora si fondava sui valori socialisti, laico-radicali e anche liberali, portati da Baslini) senza la quale il disegno di legge sarebbe slittato alle calende greche. Ho il ricordo preciso della costanza e puntualità con cui Pannella ne seguiva, giorno per giorno, l’iter istituzionale. Analogo discorso va fatto per l’aborto: mentre le femministe d.o.c. inseguivano i miti spontaneisti e movimentisti di una rivoluzione rosa (che oggi molte di quelle stesse femministe stanno svendendo ai teocon) i radicali puntarono sull’approvazione di una precisa, delimitata, “istituzionale” legge che inserisse un diritto civile nelle Istituzioni: niente “movimentismo”, ma capacità di governo. E non parliamo della diretta esperienza parlamentare dei radicali: da quando i primi quattro eletti nel 1976 si batterono per la democratizzazione dei regolamenti della Camera, per la loro puntigliosa applicazione contro le prassi già partitocratriche che vedevano tutte le forze politiche, dalla destra alla sinistra, manipolare all’unanimità norme e regolamenti per conseguire i loro interessi (il dibattito sui provvedimenti economici più importanti e determinanti sottratto all’Aula e trasferito in Commissione, per rendere più facili gli inciuci da monopartitismo perfetto), ecc. Sempre, costantemente, rigorosamente partito delle Istituzioni, partito di governo, il radicale. Per essere più precisi, partito non “nelle”, ma “per” le istituzioni. Difesa del Parlamento, controllo della Corte Costituzionale e del suo operato da quando, dopo la parentesi Branca, Andreotti e i suoi partners vi posero sopra le mani per trasformarla nella “cupola” del regime, prona a difendere i diritti anticostituzionali e antiistituzionali dei partiti e del loro prepotere: cioè, il “regime”. Il “regime”: è questa, la grande scoperta pannelliana, il regime dei partiti che hanno sovrapposto alla Costituzione scritta una costituzione “materiale” che l’ha stravolta. Ero segretario del partito quando, nel 1971, veniva approvata a Torino una splendida mozione politica che definiva i tratti del regime, allora arroccato attorno all’ENI e al suo sistema di corruzione cui tutti i partiti (compreso il socialista, finché non provò Giacomo Mancini a scrollarsene per venir subito impallinato dai servizi segreti prezzolati da quell’ENI…) mungevano allegramente. Quel regime partitocratrico veniva collocato storicamente, definito quale erede del regime fascista assai più che il Movimento Sociale Italiano: il regime fascista che aveva trasmesso alla Repubblica postfascista le sue leggi, la sua economia corporativa, la sua moralità concordataria. La solitudine dei radicali di quegli anni fu la solitudine di chi combatteva quello sfacelo e provava a difendere, anzi a far crescere, le Istituzioni repubblicane. E’ la solitudine dei radicali di oggi, impegnati sul “caso Italia”….

2) Alternanza? …sì, ma per l’alternativa

Così, il vero punto discriminante tra radicali e socialisti della RnP si inserisce in questo percorso storico. Bisogna metterlo in chiaro (e non mi pare che nemmeno i radicali lo abbiano fatto): nel lanciare il progetto della Rosa nel Pugno, essi proposero uno slogan che diceva, esattamente: “Alternanza per l’alternativa”. Il senso era chiaro: La RnP doveva trovare la sua ragione d’essere nella conquista “tattica” dell’”alternanza”, ma puntando ad una “strategia” dell’”alternativa”. L’alternanza è stata, bene o male, raggiunta, grazie ai voti della RnP. Ma senza un nuovo slancio, una lotta decisa per l’alternativa, essa rischia di soffocare e di morire. E’ quanto sta succedendo con il progetto del Partito Democratico, che tende (lo dicono tutti) a cristallizzare lo status quo ignorando le ragioni di una crescita di stampo democratico-liberale. Il pericolo è forte, e sono convinto che sia per questo urgente ribadire e approfondire la integrale complessità “storica”, non solo tattica o a medio termine, delle ragioni della alternativa.

Per parlare in termini semplificati (ma anche inadeguati) potremmo partire dall’esperienza craxiana, il Craxi del referendum (toh!) sulla contingenza, o quello della lotta per una “giustizia giusta”, o quello – ancora – della “Grande Riforma”, fallita perché lo stesso Craxi non vi credette fino in fondo, non ebbe la forza o il coraggio di avviare un processo reale di riqualificazione e ricollocazione delle forze sociali attorno ad un disegno di nuova, “seconda” Repubblica, pur vagheggiata. Fu il momento della sua sconfitta, molto più di Tangentopoli. Amici e compagni dello Sdi, volete ripetere quel suo drammatico fallimento?