Annalisa Chirico, segretaria degli Studenti Coscioni: “Se lo facessi in quanto donna, non avrei imparato nulla da Luca Coscioni”

23 anni, pugliese d’origine e romana d’adozione. Cinque anni fa mi sono trasferita nella capitale per studiare Scienze Politiche alla Luiss Guido Carli. Dopo la laurea con una tesi sul mercato del lavoro, ho concluso un master in European Studies e ora mi appresto a laurearmi per la seconda volta in Relazioni Internazionali.

Non amo incasellarmi in una categoria. Giovane o donna? Io sono una cittadina europea. Viviamo in un Paese, che da tempo ha smarrito il senso dell’essere parte di una comunità. Io preferisco considerarmi come una persona, una cittadina che ogni giorno si sforza di dare una forma, la meglio che può, al proprio vissuto. Con gli altri, se può.

Il mio esser donna ha forse condizionato la mia vita di studentessa? Non più di quanto non lo avrebbe fatto se fossi stata un uomo con le mie capacità e il mio temperamento. È indubbio che avere un aspetto gradevole aiuta, ma questo vale per ambo i sessi. Per il resto, quello che mi sono guadagnata lo devo solo al mio ingegno e a quel pizzico di casualità, che attraversa inesorabilmente la vita di ognuno.
Da alcuni anni milito attivamente in politica. Sono una liberale radicale. Forse in questo è più facile individuare il particulare femminile. Da una parte, nel giro di tre anni sono riuscita a ritagliarmi uno spazio riconoscibile all’interno del movimento. “Dì la verità, a chi l’hai data?”. Domanda grevemente prevedibile, anche in certi ambienti presumibilmente immuni da miseri cliché.

Se qualcuno la pensa così, però, va anche detto che molte donne han dato adito a simili ragionamenti. Basta dare un’occhiata nel nostro Parlamento per capire che in politica spesso si entra per “provino”, diciamo così. Una metafora per dire che la cooptazione resta, ahimè, il principale metodo di selezione della classe dirigente italiana, non solo in politica.
Parimenti, si può forse ignorare di vivere in un Paese, in cui si nasce pari e si cresce dispari? Lo apprendiamo sin da bambine e crescendo la logica si svela nella sua cruda nudità. Un welfare corporativo e iniquo, che, soprattutto nel sud Italia, grava pesantemente sulle spalle delle donne. In assenza di servizi sul territorio tocca a noi farci carico delle categorie più deboli (bambini, malati, anziani). E la professione? Se c’è tempo, se si può.

A dover rovistare nel mio bagaglio femminile, non è certamente un caso – lo ammetto – che all’interno dell’Associazione Luca Coscioni io mi sia immersa sin dal principio nella battaglia a difesa del diritto della donna di decidere sul proprio corpo. L’accesso alla contraccezione ordinaria e di emergenza (più nota come “pillola del giorno dopo”), l’opzione dell’aborto farmacologico mediante RU486, la possibilità di accedere alle più moderne tecniche di procreazione medicalmente assistita. Diritti, altrove acquisiti e consolidati, in Italia subiscono un attentato quotidiano da parte di chi vorrebbe imporre per legge valori e comportamenti.

È l’anelito di libertà di chi sente violato il proprio corpo per scelte di coscienza (e di potere) altrui a spingermi in una lotta che, scevra di qualunque retaggio veterofemminista, affonda le sue radici nelle vittorie degli anni Settanta e nella disobbedienza civile di chi, come Emma Bonino e Adele Faccio, praticava l’aborto clandestinamente per sottrarre le donne a un destino non voluto.

Tuttavia non posso dire di impegnarmi in questo in quanto donna. Non posso dirlo perché vorrebbe dire non aver appreso nulla dalla lezione di un uomo come Luca Coscioni, malato di sclerosi laterale amiotrofica e impegnato fino all’ultimo giorno, quando oramai per lui non pulsava più speranza alcuna di cura, a difendere una scienza libera dal potere, libera dagli integralismi.