Nel 1986, il teologo W. Rojce Clark, professore di religione all’Università di Pepperdine della California, pubblicò sulla rivista “Religion and health” (una rivista accademica che si occupa del rapporto tra religione e medicina) un’articolo dal titolo “The exemple of Christ and voluntary active euthanasia”. Nell’abstract si legge:
“L’avversione della chiesa Cristiana per il suicidio non spiega la posizione della stessa nei confronti dell’eutanasia attiva volontaria così come non spiega il ruolo di Gesù nell’assicurarsi la propria morte. Quando si considera la morte di Gesù come un momento di polarità ontologica di libertà e destino in equilibrio spontaneo e indipendente, non ha più senso cercare le colpe per la morte di Gesù in chi volle la sua crocefissione, né tantomeno in Gesù stesso. La corrispondenza di libertà e destino comporta un momento tenomico che trascende ogni colpa. Allo stesso modo, quando qualcuno decide di morire perché quella scelta meglio corrisponde alla propria immagine, è molto difficile che quell’atto di fede possa essere intellegibile o giustificabile agli occhi degli altri. Se Gesù è un esempio e non solamente un redentore, questo convincimeto implica che tutte le persone dovrebbero avere la stessa libertà di Gesù nell’affrontare la propria morte senza incorrere in colpe morali.”
Negli stessi anni Martin Scorsese nel film “The last temptation of Christ” dipinse un Gesù Cristo divino, e allo stesso tempo estremamente umano e autonomo, che nell’attimo prima di morire decide di non cedere alla tentazione della sua personale salvezza e liberamente decide di seguire il proprio tragico destino. Nel raffigurare un Gesù “cavaliere di fede” Scorsese rivaluta anche la figura di Giuda, rappresentato non più come traditore, ma come un fedele discepolo eletto dal Messia al fine di assicurarsi la propria morte.
Quando il film uscì suscitò clamore negli Stati Uniti, ma non ricordo una medesima levata di scudi nel nostro paese. Se quel film uscisse oggi, credo che le reazioni da parte del clero nostrano sarebbero assai diverse.
La politicizazzione e l’esacerbato dogmatismo dell’attuale chiesa cattolica italiana, hanno da tempo escluso qualsiasi forma di dialogo e confronto nella nostra società. Qualsiasi posizione da parte della chiesa di natura etico-morale è un monolite inamovibile che non offre spiegazioni e che non concede interpretazioni alternative.
Il caso Welby è la prova lampante dell’avvento di una lobby cinica e dogmatica al centro del potere ecclesiastico, che costantemente zittisce le voci minoritarie di chi invece ha compreso i rischi di estinzione di un pensiero che rifiuta di evolversi.
La molla che mi ha spinto a paragonare provocatoriamente la figura del Cristo a quella di Welby è stato il rifiuto da parte della chiesa di concedere il funerali ai parenti di Piergiorgio. Un rifiuto che non solo non è stato praticato nei confronti dei peggiori criminali, ma che nemmeno è stato imposto nei confronti del suicida Raul Gardini, il pirata gentile della finanza anni ‘80. A officiare la cermonia c’era l’allora arcivescovo emerito di Ravenna Cardinal Tonini, uno dei più zelanti oppositori alla liberalizzazione dell’eutanasia.
Matteo Montanari
Inaugurazione: mercoledì 6 giugno 2007 alle 19.00, presso Piccolo Formato, via Marsala 20/a
Aperture della mostra: giov., ven., sab. dalle 16.00 alle 20.00. fino al 22 giugno.
Incontro con Mina Welby e con l’autore:
mercoledì 6 giugno 2007 alle 21.00, presso Modo Infoshop, via Mascarella 24/b.
Performance di Benedetta Guidi e
Durante l’inaugurazione presso Piccolo Formato