
Brittany Maynard, la splendida 29enne di San Francisco colpita da un glioblastoma, un micidiale tumore al cervello che non lascia scampo, dovrebbe togliersi la vita domani con un suicidio assistito programmato da lungo tempo in Oregon, come il Corriere ha raccontato nei giorni scorsi. La decisione di darsi quella che lei chiama “una morte con dignità” prima di scivolare nel tunnel nero della perdita della coscienza di sé e delle sofferenze estreme, e la scelta di trasformare la sua “morte annunciata” in un evento mediatico a sostegno delle campagne per la legalizzazione del suicidio assistito dei malati terminali (oggi consentito solo in tre dei 50 Stati americani e tollerato in altri due), ha provocato polemiche a non finire. Eccitando, inevitabilmente, stampa e tv.
Domani Brittany probabilmente non si toglierà la vita. Lo ha spiegato lei stessa in un video registrato il 13 ottobre e ottenuto da People: la malattia avanza, ma meno rapida del previsto. Ci sono ancora alcune ore del giorno libere da forti dolori e crisi nelle quali lei riesce a conversare, scherzare e ridere. Potrebbe aspettare ancora qualche giorno prima di ingerire le pillole-killer che porta sempre con sé. Una scelta umanamente del tutto comprensibile, che inceppa il meccanismo della morte-spettacolo costruito dai media americani. Non ci sarà da stupirsi se il desiderio di Brittany di assaporare ancora qualche brandello di esistenza susciterà altre discussioni. Ma cosa resterà di questa dolorosa vicenda umana una volta che, con la sua scomparsa, si dissolverà la polvere delle polemiche?
Sicuramente una maggiore conoscenza delle differenze tra eutanasia e suicidio assistito e delle sue regole (in Oregon viene autorizzato solo per pazienti con aspettativa di vita sotto i 6 mesi certificata da 2 medici). Ma forse la vera eredità che lascerà Brittany è quella di aver costretto un Paese orgoglioso della sua enorme vitalità a fermarsi a riflettere anche sui drammi, fin qui relegati in un angolo buio, degli ultimi giorni di vita dei malati terminali. Una realtà denunciata anche da alcuni libri recenti come Being Mortai, un saggio del chirurgo Atul Gawande. Pazienti (in larga misura anziani, che non fanno notizia come Brittany) oggi trattati con ben poca sensibilità ed empatia da un sistema che tra rigidità delle regole, timori di denunce, vincoli assicurativi e uso illimitato di tecnologie capaci di prolungare la vita biologica, finisce per trascurare il profilo umano del loro dramma.

L’Associazione Luca Coscioni è una associazione no profit di promozione sociale. Tra le sue priorità vi sono l’affermazione delle libertà civili e i diritti umani, in particolare quello alla scienza, l’assistenza personale autogestita, l’abbattimento della barriere architettoniche, le scelte di fine vita, la legalizzazione dell’eutanasia, l’accesso ai cannabinoidi medici e il monitoraggio mondiale di leggi e politiche in materia di scienza e auto-determinazione.