
Nel gennaio del 2012, poco prima di consegnare all’editore il manoscritto del mio libro “Liberi di morire. Una fine dignitosa nel paese dei diritti negati”, ho aggiunto un breve capitolo dal titolo “Il flagello dell’Alzheimer”.
L’ho fatto perché in quei giorni mi era capitato di dover assistere un malato di Alzheimer rimasto improvvisamente vedovo e privo di sostegno. Ho frequentato così, per qualche tempo, un pensionato per questi malati e sono rimasto sconvolto da questo “mondo a parte”: un mondo di morti viventi, i cui occhi esprimono tuttavia una sconfinata tristezza.
Mi sono un poco documentato, ho scoperto le dimensioni del fenomeno e le sinistre previsioni per il futuro e – poiché stavo scrivendo un libro sulla eutanasia – ho aggiunto alcune pagine per porre un interrogativo: non sarebbe giusto, il giorno in cui anche in Italia l’eutanasia fosse legalizzata, includere i malati di Alzheimer fra gli “aventi diritto” , come i malati terminali o quelli con diagnosi infausta?
Nell’anno e mezzo trascorso da allora l’Alzheimer è giunta all’attenzione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità e dei governi dei paesi più progrediti, in particolare gli Stati Uniti e la Francia, in quanto problema sanitario di prima grandezza da affrontare con programmi complessi ed elevati investimenti. In Italia, silenzio; e un po’ di fastidio per chi pone il problema.
Naturalmente, non speravo che la mia idea di “concedere” l’eutanasia anche ai malati di Alzheimer trovasse molti sostenitori.
Tuttavia, sono rimasto sconcertato sabato 11 maggio, partecipando su Radio radicale ad una trasmissione che “Il Maratoneta” ha meritoriamente dedicato all’argomento, nel trovarmi totalmente isolato rispetto ai miei tre autorevoli “discussant”: i professori Roberto Bernabei, Pier Giorgio Strata e Arnaldo Benini. Sconcertato perché conoscevo la posizione di Bernabei, contraria in generale alla eutanasia, ma mi aspettavo una maggiore apertura da Strata e Benini.
Il ragionamento comune ai miei tre interlocutori è sostanzialmente questo: anche se una persona, nel pieno delle proprie capacità mentali, ha manifestato nelle proprie DAT la volontà di ottenere l’eutanasia in caso di Alzheimer, quella volontà “decade” nel momento in cui la malattia priva la persona della possibilità di dire: “Ci ho ripensato”.
Dunque (sempre ragionando come se l’eutanasia fosse legale) il malato incurabile di cancro, cui restano pochi mesi di vita (e che potrebbe in quei mesi ricorrere alle cure palliative così da non soffrire) ha comunque diritto di dire: “Voglio l’eutanasia”, e di ottenerla. Invece al malato di Alzheimer, che probabilmente si trascinerà per anni nella totale perdita della sua umanità e della sua dignità (andate a visitare un pensionato e attenti a non inciampare nelle montagne di pannoloni), diciamo: “No, tu no, perché non possiamo sapere se, restando lucido, ci avresti ripensato”.
A me – lo confesso – sembra un ragionamento non molto caritatevole e, soprattutto, privo di ogni base logica. Se io, poniamo a 40 anni, chiedo nelle mie DAT l’eutanasia in caso di Alzheimer, quella è la mia volontà e nessuno può metterla in dubbio e tanto meno violarla. Anche perché nel corso della mia vita successiva ho in ogni momento la possibilità di cambiare le mie DAT, come posso cambiare il mio testamento.
Fra l’altro, un ragionamento del genere potrebbe dare ragione a chi si opponeva alla volontà di Beppino Englaro di “liberare” la figlia. Naturalmente, io penso che hanno fatto benissimo i giudici che hanno ricostruito la presunta volontà di Eluana in base alle testimonianze di alcune amiche ed allo “stile di vita” della ragazza prima del tragico incidente, ma è un fatto che – per seguire paradossalmente e fino in fondo la logica dei miei interlocutori – nessuno era in grado di sapere se Eluana, potendo farlo, “ci avrebbe ripensato”.
Infine, facendo mia la tesi del professor Veronesi, penso sia meglio parlare semplicemente di eutanasia per non accrescere la difficoltà di arrivare ad una normativa chiara sull’argomento con distinzioni spesso inafferrabili fra eutanasia attiva, eutanasia passiva, desistenza terapeutica ed altro ancora. La legge francese sul “laisser mourir” ha creato una serie di incertezze giuridiche e morali cui il governo Hollande cerca di porre rimedio con una legge esplicita sulla eutanasia.
P. S. – E’ diffuso, fra le poche persone che si occupano della mia “provocazione”, il timore che con il dilagare della malattia si possa arrivare alle stragi degli innocenti. Un timore del tutto infondato quando la proposta è formulata alla luce del sole e per umana pietà, perché ci sarebbero regole precise e verificabili. Un timore, invece, del tutto fondato – come denuncia il prof. Bernabei – se dinanzi a questo flagello continuiamo a non fare nulla, a non formulare piani, a non stanziare fondi, a lasciare tutto il peso dei malati ai familiari, che nel 40% dei casi (è un dato recente del governo francese) soffrono di forme gravi di depressione. Il pericolo di una “deriva” verso l’eutanasia di massa – cavallo di battaglia del Vaticano e dei teodem, purtroppo cavalcato anche da molti laici nel caso dell’Alzheimer – non si nasconde in una legge che accolga una “provocazione” come la mia ma nel rifiuto di affrontare ad occhi aperti questo flagello. La strage degli innocenti è più probabile nel chiuso degli ospedali, delle cliniche e degli ospizi, per l’abbandono dei più poveri e dei più soli, ai quali neghiamo – ergendoci a giudici della loro “vera” volontà – il diritto ad una morte dignitosa.

L’Associazione Luca Coscioni è una associazione no profit di promozione sociale. Tra le sue priorità vi sono l’affermazione delle libertà civili e i diritti umani, in particolare quello alla scienza, l’assistenza personale autogestita, l’abbattimento della barriere architettoniche, le scelte di fine vita, la legalizzazione dell’eutanasia, l’accesso ai cannabinoidi medici e il monitoraggio mondiale di leggi e politiche in materia di scienza e auto-determinazione.