Questa mattina ho sentito con molto piacere parlare di temi che considero veramente caratterizzanti l’Associazione Coscioni come i temi etici legati al testamento biologico e alla legge 40. Credo che la Coscioni sia unica nel suo genere da questo punto di vista. Io parlerò di politica della ricerca guardando al futuro.
Recentemente il problema della ricerca si è arricchito di fatti nuovi. All’ultimo Consiglio Generale ho ricordato come fin dall’inizio del mio incontro con la Coscioni, ho sostenuto che il problema della valutazione della ricerca in tutti i suoi aspetti è la madre di tutte le battaglie. Senza la valutazione, e fatta bene, non si può costruire nulla. Per quanto riguarda l’Università essa si articola in tre aspetti: la valutazione dell’Università, la valutazione dei progetti di ricerca e la valutazione nei concorsi per l’accesso dei docenti ai ruoli universitari. Soprattutto da quando è stata istituita l’autonomia universitaria con il Ministro Antonio Ruberti, almeno la valutazione dell’Università avrebbe dovuto essere varata in maniera contestuale.
Sul primo fronte la prima e unica valutazione è stata fatta dal Ministro Moratti utilizzando il CIVR precedentemente istituito dal Ministro Berlinguer. I risultati sono stati molto positivi e, per la prima volta, le Università più virtuose hanno avuto il riconoscimento di un premio finanziario. Ma poi tutto è stato rinviato alla nuova agenzia di valutazione voluta dal Ministro Mussi e realizzata dal Ministro Gelmini.
Sul secondo fronte, quello della valutazione dei progetti, l’analisi dei risultati dimostra come essi siano deludenti in quanto non vi è un chiaro e sistematico riconoscimento del merito scientifico.
Sul terzo fronte dei concorsi il problema è molto complesso. A vincere non sono spesso i migliori anche se va detto che per ottenere una posizione universitaria si debbono prendere in considerazione molti fattori.
Sempre nell’ultimo Consiglio avevamo salutato con molto piacere e ci eravamo congratulati per la nomina del Consiglio direttivo dell’ANVUR con persone di altissimo profilo, che stanno lavorando molto bene. Ma avevamo anche criticato la decisione dell’uso esclusivo di quei fattori numerici che diventano determinanti per l’ammissione ai concorsi, un metodo che un premio Nobel, Sydney Brenner, ha definito pseudo-scienza delle citazioni. Cioè l’ANVUR ha stabilito che per diventare professori o ricercatori bisogna prima di tutto andare a guardare l’impact factor medio, lo h-index, il numero di citazioni e così via. Da quanto mi risulta siamo l’unico paese al mondo che impone in maniera determinante questo sistema, sistema che non stima i propri valutatori e ricorre a presunti dati oggettivi. Questi numeri come ho già detto possono favorire portaborse ricchissimi di pubblicazioni e lasciar fuori giovani che lavorano in maniera più solitaria e quindi avendo meno lavori anche se di alto profilo rimangono fuori dalla competizione. L’Accademia delle Scienze francese ha recentemente messo in evidenza i limiti e i pericoli dell’utilizzo degli indicatori bibliometrici per la valutazione individuale, notando come molti validi ricercatori, compresi premi Nobel, hanno indicatori quantitativi di valore relativamente basso.
Veniamo adesso ai fatti di quest’ultimo periodo con il nuovo Ministro Francesco Profumo che ho visto con molto piacere in questo suo nuovo ruolo tanto che intervistato dalla rivista Science avevo detto che di meglio non si poteva scegliere. Infatti si tratta di persona di grande esperienza, meritocratica e sa cosa sia necessario fare. Ma ciò che ha lasciato tutto il mondo universitario perplesso è stata la sua decisione di firmare il bando del PRIN (Progetti di Ricerca di Interesse Nazionale) nel dicembre 2011, unica fonte aperta a tutti coloro che lavorano nell’università, da chi studia l’archeologia a chi studia il cancro. La cosa che ha destato numerose lettere di protesta, direi quasi unanimi, tranne qualche eccezione sospetta, è quella di avere detto che ogni Università deve presentare un numero limitato di progetti proporzionato all’entità del corpo accademico. Che sarebbe successo se in USA si fosse deciso che l’Università di Harvard non può presentare più di dieci progetti come un’altra università meno prestigiosa ma di pari composizione numerica? Il mondo avrebbe guardato attonito. Impensabile. Questo è un provvedimento unico al mondo che abbiamo disapprovato e il numero di articoli che sono apparsi sulla stampa in generale è stato notevole tanto che il Ministro ha cambiato il numero di progetti ammissibili alla valutazione tenendo conto di qualche altro fattore, ma l’impianto generale è rimasto.
Che cosa sta succedendo adesso in tutte le Università? Teniamo presente che ad esempio a Torino l’Università può presentare al massimo 19 progetti. Tenendo conto che esistono 13 Facoltà, in campo medico difficilmente saranno ammessi più di 2-3 progetti. Assistiamo così in tutta Italia alla formazione di cordate nelle quali ha un inevitabile ruolo il potere. Il Ministro ha affermato che con il vecchio sistema ci si aspettano 7 mila domande, che richiedono almeno tre valutatori ciascuna, un sistema che ha definito lunghissimo e poco efficace. Quindi vuol dire che il nostro paese non è in grado di gestire le domande che ciascuno dovrebbe essere libero di fare.
Ma c’è un altro fattore preoccupante. Le domande non possono essere presentate, com’era stato finora, anche da un singolo gruppo di ricercatori sotto la guida di un responsabile, ma è necessaria l’aggregazione di almeno cinque gruppi di sedi diverse. Se andiamo ad esaminare i progetti PRIN approvati in passato possiamo notare che molti di essi consistono di aggregazioni di varie unità operative che ci sono sulla carta, ma non nella realtà come risulta dall’esame della lista degli autori.
Si afferma che il PRIN deve affrontare progetti che per complessità e natura richiedono collaborazione di più studiosi. Come ho sottolineato in un articolo su La Stampa, in certe tematiche questa complessità è affrontabile da un singolo gruppo, formato da componenti multidisciplinari, come ormai avviene sempre più di frequente. Ma chi finanzierà i progetti di alto interesse conoscitivo che possono essere attuati da piccoli gruppi e spesso da giovani ricercatori molto meritevoli?
Il 20 di gennaio, intervistato dal Sole 24 ore, il Ministro ha detto che bisogna prepararsi all’Europa, che bisogna imparare a collaborare. Siccome noi ricercatori siamo degli sperimentali, ho voluto verificare sui Reports della rivista Science pubblicata lo stesso giorno quanti erano le pubblicazioni che coinvolgevano almeno 5 gruppi in sedi diverse. Il risultato è stato che di 12 Reports solo uno coinvolgeva 5 sedi diverse e circa la metà coinvolgeva uno o due sedi.
A questo punto è chiaro che siamo di fronte ad un’anomalia. La ricerca si fa in tanti modi. Vi sono dei progetti per cui sono necessarie moltissime persone, come succede spesso nella fisica, ma esiste ancora una gran parte della ricerca che non ha bisogno di grossi numeri ma si fa con poche persone che lavorano “al bancone” e che colloquiano in piccoli numeri. A sostegno dell’importanza della ricerca “individuale” rimando agli articoli di due Premi Nobel: D. Hubel (Neuron 64:161, 2009) e A. Kornberg (Science 278:1863, 1997). Ovunque nel mondo ed anche in Europa (v. European Research Council) esistono finanziamenti per singoli e per gruppi. Pertanto non si capisce perché anche nel nostro sistema ricerca non si possano presentare progetti individuali. Questo significa che molte persone che hanno difficoltà a trovare collaborazioni, pur essendo bravissime, rimarranno emarginate.
Si potrebbe obiettare che per evitare una distribuzione a pioggia si vogliono limitare le assegnazioni ai singoli. Facciamo due calcoli. Nelle aree scientifiche la cifra stanziata per una gruppo nazionale va da un minimo di 0,8 mila kEuro ad un massimo di 2 KEuro per i tre anni del progetto. Con una previsione minimale che in ogni gruppo locale vi siano soltanto 5 ricercatori, nell’ambito dei 5 gruppi nazionali si avrebbe la collaborazione fra 25 persone. Se a costoro venissero assegnati 0,8 kEuro ad ogni ricercatore corrisponderebbe un finanziamento di circa 10 mila Euro per anno. Il bando prevede che la cifra minima per un gruppo locale sia di 100.000 Euro (3 anni, ovvero 32.000 euro all’anno per i 5 ricercatori). Si noti che i finanziamenti europei in alcune aree ad esempio biomediche prevedono l’assegnazione ad un singolo progetto locale di circa 2 milioni di Euro per un periodo di 5 anni.
Desidero sottolineare come la cifra stanziata per il PRIN di 200 milioni di Euro per tre anni sia insignificante, se si considera che questo è il finanziamento base per la ricerca di tutte le discipline. Dai dati MIUR 2010 risulta che lo stanziamento totale per la ricerca in Italia ha a disposizione 8,3 miliardi di euro corrispondenti a 0,54% del PIL (0,52% nel 2011); il MIUR amministra 5,5 miliardi di euro, il 66% del totale, e alla ricerca libera delle Università va il 37% per circa 3 miliardi. Destinare 50 milioni all’anno al PRIN mi sembra veramente poco.
Le proposte che ci permettiamo di raccomandare al Ministro sono le seguenti. Innanzitutto l’assegnazione dei finanziamenti debbono corrispondere al merito tramite un controllo su chi giudica. Il Ministro Fazio ottenne ottimi risultati facendo valutare i progetti di due bandi del Ministero della Salute allo NIH. In un sistema che finora ha mostrato troppe lacune questo si può accettare. Ma la comunità scientifica deve trovare il modo di valutare se stessa in maniera adeguata. Un secondo punto è quello di spostare parte del fondo ordinario destinato alle Università direttamente ai Dipartimenti virtuosi sulla base della valutazione che ANVUR sta facendo. Inoltre gli stessi Dipartimenti dovrebbero ricevere un’assegnazione aggiuntiva di merito.
Un’altra proposta che dal punto di vista politico è di difficile attuazione è quella del modello inglese di avere Research University dove si crea il sapere e Teaching University dove si trasmette il sapere. Ricordo che in USA esistono quasi 300.000 Colleges che sono ad orientamento didattico. Il carico didattico di chi insegna nelle Research University dovrebbe essere drasticamente ridotto per permettere ai giovani migliori di dedicare maggior tempo e concentrazione alla ricerca. In mancanza di tale distinzione si potrebbero privilegiare nel ruolo di ricerca una serie di Dipartimenti in ogni Università nei quali ci siano gruppi che possano fare ricerca. Dobbiamo liberare i giovani da un eccesso di insegnamento soprattutto quando questo si svolge in sedi decentrate che oltretutto costringono al pendolarismo.
Sul fuga dei cervelli all’estero, il problema fondamentale e più importante è quello di offrire ambienti di lavoro adeguati a sostenere la concorrenza mondiale. Nel nostro paese esiste troppa frammentazione di strutture che andrebbero conglobate per ridurre gli sprechi ed aumentare lo scambio culturale. Anche la burocrazia universitaria è spesso paralizzante e non adeguata ad un mondo moderno e competitivo.
Confermo la mia piena fiducia all’attuale Ministro. Mi auguro che queste prime scelte che ha fatto siano state dettate da situazioni contingenti e sono sicuro che condividerà almeno alcune delle nostre altre proposte.