Quel bando per la ricerca umilia mercato e merito

Tuttoscienze LaStampa
Piergiorgio Strata

 Il 27 dicembre il Ministro Profumo ha firmato il bando per il finanziamento dei Progetti di Ricerca di Interesse Nazionale (PRIN), finanziamento dedicato specificamente a chi lavora nelle Università. La cifra finora stanziata per questo tipo di finanziamento è sempre stata molto modesta rispetto a quanto destinato alla ricerca in generale, ma il programma è sempre stato apprezzato ed ha consentito spesso a molti di sopravvivere. Il nuovo bando cambia drasticamente le regole e ciò ha suscitato l’immediata reazione di molti ed in particolare dei due Direttori della Scuola Normale e della Scuola Sant’Anna di Pisa, i quali hanno indirizzato una lettera al Ministro tramite il Sole 24 Ore.

Queste due Scuole, assieme alla SISSA di Trieste, sono classificate tra le primissime al mondo per produzione scientifica valutata con il metodo dello score on size. In altre parole le loro dimensioni sono molto ridotte, ma possiedono un’alta concentrazione di ricercatori molto produttivi.

Perché dunque l’immediata protesta si è sollevata proprio da queste Scuole? Perché il nuovo bando PRIN introduce una novità che va contro il libero mercato della conoscenza. Infatti il bando prevede che ogni istituzione di ricerca universitaria possa presentare un numero di progetti molto limitato e correlato con le dimensioni del corpo docente. In altre parole, se una istituzione ha il 100% di ricercatori produttivi ed un’altra ne ha soltanto il 50%, come è molto comune, questo fatto punirà l’istituzione migliore. Questo bando stupisce in quanto questo Governo ha promesso liberalizzazioni, mercato e merito, ma in questo caso pone limiti a questa sacrosanta libertà.
Ma vi è un altro fattore preoccupante. Le domande non possono essere presentate come era stato finora anche da un singolo gruppo di ricercatori sotto la guida di un responsabile, ma è necessaria l’aggregazione di almeno 5 gruppi di sedi diverse. Il bando afferma che il PRIN deve affrontare progetti che per complessità e natura richiedono collaborazione di più studiosi.

A parte che questa complessità potrebbe essere anche affrontata da un singolo gruppo formato da componenti multidisciplinari come ormai avviene sempre più di frequente. Ma chi finanzierà i progetti di alto interesse conoscitivo che possono essere attuati da piccoli gruppi e spesso da giovani ricercatori molto meritevoli? Il Ministro rispondendo alle obiezioni ha affermato che con il vecchio sistema ci si aspettano settemila domande che richiedono almeno 3 valutatori ciascuna: un sistema che il Ministro ha definito lunghissimo e poco efficace. Esistono noti filtri per ridurre il carico di lavoro che funzionano ovunque. Ma perché noi dobbiamo inventare sistemi che non ritrovano riscontro in nessun paese al mondo?
Il Ministro ha precisato che lo scopo di questo cambiamento è anche quello di costituire una palestra di addestramento in vista di una più efficace partecipazione alle iniziative europee che si basano su collaborazioni internazionali e di aggregazioni multidisciplinari. Ma i fondi europei per la ricerca costituiscono il 5% del finanziamento che ogni paese destina alla ricerca.

Perché non allenarsi a spendere meglio ed organizzare più efficacemente quanto abbiamo in casa? Non sarebbe assai più importante incentivare la deframmentazione delle nostre infrastrutture e la creazione di larghe aggregazioni multisciplinari come succede nel resto del mondo? Ancora, per questa palestra vi è bisogno di usare questo modestissimo finanziamento unico ad essere aperto a tutto il sapere e non ad esempio i più corposi fondi per la ricerca di base detti FIRB?

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