Un libro di Gilberto Corbellini sui rapporti tra scienza e democrazia

Non è facile recensire in poco spazio il libro di Gilberto Corbellini "Scienza, quindi democrazia" (Giulio Einaudi editore, pp. 166, € 10) – professore ordinario di Storia della medicina alla “Sapienza” ma anche studioso di storia, filosofia e politica delle scienze biomediche – da bel titolo “Scienza e democrazia”. Un titolo che peraltro sintetizza bene il pensiero dell’autore: la democrazia richiede cittadini “illuminati” e dunque l’istruzione e la promozione della scienza sono assolute priorità.

La tesi di fondo del libro è che la scienza moderna ha fornito gli strumenti per far funzionare l’economia di mercato e consentire la nascita della democrazia. La scienza, infatti, consente di prendere decisioni politiche, morali ed economiche che non sono “naturali” ma che, tuttavia, migliorano la società sotto tutti i punti di vista facendoci godere i vantaggi materiali del vivere in condizioni che, dalla rivoluzione neolitica in poi, sono diventate sempre più innaturali. E qui l’autore coglie una interessante contraddizione: è proprio la caratteristica “controintuitiva” e “innaturale” della scienza ciò che la rende ostica e difficile da apprezzare.
Una delle parti più interessanti del libro è quella che riguarda i rapporti tra scienza e religione. L’autore si sofferma sul fatto che gli atei si concentrano fra gli scienziati e riporta una serie di statistiche, particolarmente interessanti perchè risalgono fino agli inizi del secolo XX, dalle quali risulta che gli atei sono in continuo aumento, soprattutto nei paesi più sviluppati economicamente e culturalmente: nel 1900 erano lo 0,2% della popolazione mondiale, oggi si collocano, per numerosità, dopo i cristiani, gli islamici e gli induisti. Si calcola che circa 8,5 milioni di persone l’anno diventano atee o non religiose. Dunque Corbellini nega la tesi secondo cui le religioni “stanno tornando”. Essa si basa sul fatto che si confonde la religiosità con il fenomeno socioculturale che le vede trasformarsi in strumento di lotta politica: “quello che purtroppo si augura l’attuale papa, Benedetto XVI: un fenomeno che riguarda quelle aree dove c’è o torna la povertà economica e dove c’è o torna l’ignoraza”.
Il libro di Corbellini ha un respiro molto ampio, spaziando dalla società greca e romana fino alle posizioni di Obama sulla scienza (con dei passaggi di grande interesse sulla natura “scientifica” oltre che culturale della Dichiarazione di Indipendenza americana). Dunque l’autore – che da anni si batte, anche come dirigente della Associazione Coscioni, per i diritti civili in Italia – non si lascia tentare da una visione “italianocentrica”. E tuttavia non trascura la realtà del suo paese, cui dedica il primo capitolo del libro, dall’esplicito titolo “un incubo italiano”. A partire dagli anni novanta – scrive Corbellini – in Italia non poche leggi sono state emanate sulla base di falsificazione di dati scientifici o della censura di dati disponibili alla ricerca. Inoltre, un clima di dannoso proibizionismo in diversi ambiti della salute pubblica è stato motivato invocando insussistenti ragioni scientifiche. E qui l’autore cita i casi della legge 40, dei divieti di ricerca sulle cellule embrionali (che egli giudica più interessanti per comprendere la biologia delle staminali), della legge sul “testamento biologico” (che nega le affermazioni della Organizzazione Mondiale della Sanità sulla natura di terapie della alimentazione e idratazione artificiali), della resistenza all’uso delle piante migliorate con l’ingegneria genetica o della cannabis terapeutica, per finire con le incredibili affermazioni di papa Ratzinger (verso il quale l’autore non si sforza di nascondere la sua insofferenza) sul preservativo che aumenterebbe il rischio di contrrarre l’infezione da Hiv. Il capitolo si conlude con una constatazione desolata (“gli sienziati italiani non contano nulla sul piano politico”) ed anche con una amara polemica con gli scienziati e i medici italiani che hanno una visibilità (qualcuno di loro si è guadagnato “un alone di quasi santità”) ma “si fanno soprattutto gli affari loro” , “si propongono come tuttologi” e “stanno bene attenti a non esporsi sulle questoni più controverse. Anche perché si corre sempre il problema di qualche rappresaglia”.

 

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