Il 20 dicembre del 2006 si spegneva Piergiorgio Welby. A cinque anni di distanza sua moglie Mina e l’Associazione Luca Coscioni, continuano la lotta per l’autodeterminazione nelle scelte di fine vita. La battaglia di laicità portata avanti negli anni, finora non ha avuto il giusto coronamento a livello legislativo, ma nel paese il clima, secondo Mina Welby, è cambiato. I cittadini, cattolici compresi, in numero sempre maggiore spingono per avere leggi sul testamento biologico e sul fine vita in genere, sul modello europeo.
Se nel paese si fa strada il concetto di libera scelta, nei palazzi della politica si discute ancora una norma di segno opposto, il Ddl Calabrò.
Piergiorgio Welby, persona che amava viaggiare e scoprire il mondo, si ammalò di distrofia muscolare e per anni ha lottato affinché, nella legalità, potesse interrompere lo strazio di quella che egli stesso non identificava più come "vita". Nonostante la sua battaglia, come quelle di altri coraggiosi, solo i cittadini comuni, indipendentemente da fede religiosa o politica, sembrano averne capito il senso a differenza dei politici. La stessa Mina Welby lo scorso ottobre, in un’intervista concessa ad ePress (clicca qui) ebbe a dire: "Penso che i cittadini siano molto più avanti rispetto a chi in questo momento li rappresenta e le tante persone che incontro manifestano la loro sensibilità verso queste tematiche,a differenza dei nostri politici".
Il Ddl Calabrò è una norma contro il testamento biologico, redatta in tutta fretta dall’area cattolica della ex maggioranza di centrodestra nel tentativo di salvare la "non vita" di Eluana Englaro. Oltre a prescrivere la non vincolabilità dei testamenti, la legge in esame al Senato impedisce l’interruzione di alimentazione e idratazione artificiali, escludendo tali pratiche da quelle prettamente mediche. Su questo punto si è sviluppato un equivoco che ha portato cittadini più o meno consapevoli e informati, a schierarsi a favore della norma credendo che alimentazione e idratazione forzate siano a base di pane, pasta e magari buon vino. In realtà, la norma vieta di interrompere la somministrazione di farmaci per via endovenosa, che integrano le sostanze contenute negli alimenti, non ingeribili da pazienti in stato vegetativo o coma irreversibile.
In pratica, si tratta di un vero inno all’accanimento terapeutico, il tutto in un clima di ipocrisia imperante sul tema. In primis la definizione di "temi etici" è impropria se associata a queste problematiche, che invece sono puramente "sociali" e come tali da trattare laicamente e da regolamentare. Altro aspetto che stona con la ratio della norma, riguarda il dato delle eutanasie clandestine, all’insegna del "si fa ma non si dice", che lascia da sole le famiglie e induce alla violazione di norme anche penali. Far uscire il fine vita dalla zona d’ombra in cui si situa tutt’oggi, questo è stato lo scopo della lotta di Piero Welby, come di Luca Coscioni, Giovanni Nuvoli, Paolo Ravasin e tutti gli altri. Essi, rifiutando l’eutanasia clandestina per poter morire alla luce del sole e in nome della legalità e dell’autodeterminazione del cittadino malato, hanno portato la questione dal corpo dei malati al cuore della politica.
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