Disabili al lavoro sui punti sui punti di forza

La piena occupazione in Europa non può prescindere da uno stabile inserimento dei disabili nel mercato del lavoro.
Bruxelles, il passaparola si fa sempre più fitto, ma politicamente non riesce ancora a fare breccia nei corridoi che contano.
Non che la Commissione sia rimasta a guardare. Le buone intenzioni non mancano: la strategia europea per la disabilità 2010-2020 (European disability strategy) ha gettato le basi per un` Europa senza barriere".
È l`ambizione, tuttavia, a fare difetto.
Un anno fa, la commissaria per la, Viviane Reding, affermava che «per poter partecipare pienamente
alla nostra società e alla nostra economia,le persone con disabilità devono poter accedere più facilmente agli edifici e ai trasporti pubblici, nonché ai servizi digitali». Per «poter pienamente partecipare alla nostra società», si sostiene, non è però sufficiente migliorare le strutture (e magari i profitti) di servizi e imprese, per l`integrazione dei disabili.
Lo European disability pact 2011-2021 (Edp), rappresenta, sulla carta, l`elemento centrale della nuova 
strategia Ue per la disabilità, che vuole impegnare gli Stati membri e l`Europa in un coordinamento comune delle politiche sulla disabilità nazionali e comunitarie. Una strategia che non convince ancora del tutto, come va dicendo il Forum europeo della disabilità (Edf). La società civile Ue prova dunque da par suo a scuotere gli attori politici dal torpore degli ultimi mesi: con la Commissione che presenta un programma d`azione senza tuttavia crederci troppo, il Parlamento incapace di fissare un percorso legislativo chiaro e i 27 Paesi membri aggrappati a 27 politiche nazionali differenti. L`Edf chiede di inserire a pieno titolo il patto europeo per la disabilità nella strategia 2020 sulla piena occupazione (obiettivo fissato, 75%). 
Si tratta in sostanza di cambiare radicalmente l`idea stessa di disabilità:non più un ostacolo da sovvenzionare, ma un`opportunità su cui investire. In Europa, 80 milioni di persone (un cittadino su sei) presentano una disabilità da leggera a grave; un europeo su quattro ha un familiare con disabilità; le persone con mobilità ridotta rappresentano oltre il 40% della popolazione; almeno un lavoratore su cinque in Europa ha problemi di salute o soffre di malattie di lungo corso; il tasso di occupazione dei lavoratori disabili nell`Unione europea è di 20 punti più basso rispetto a quella dei normodotati; il reddito medio dei lavoratori disabili nei Paesi dell`area Ocse è inferiore di 12 punti delle medie nazionali. La disabilità, insomma, rileva un dossier della commissione Occupazione e affari sociali del Parlamento europeo, non ha gli stessi diritti di occupabilità, e soprattutto è ad alto rischio povertà (soprattutto 
se il disabile non ha lavoro). 
Il motivo, spiega l`Ocse, è nei finanziamenti a pioggia ("benefit culture"). Una strada più facile rispetto alla creazione di percorsi occupazionali, che però ha alimentato una cultura che si sta rivelando 
sempre più inefficace. In tutti i sensi: per lo scarso inserimento dei portatori di handicap nella scuola e nel lavoro (le persone con disabilità hanno il 50% di possibilità in meno di accedere all`istruzione superiore), e per la spesa sociale (in tempi di crisi) degli Stati nazionali. E se i disabili, allora, compatibilmente con i loro handicap, invece di restare a casa con qualche spicciolo, andassero a lavorare? La risposta è: flessibilità e sussidi più "intelligenti", suggerisce Strasburgo. Oggi il sostegno alla disabilità è ancora troppo sbilanciato su finanziamenti che non incentivano la ricerca di un impiego, esponendo l`inabile a un forte rischio povertà. Di fatto, una politica discriminatoria, che allontana  l`handicap (compresa la disabilità giovanile) dalla strategia 2020. Favorire l`inclusione professionale dell`invalido con finanziamenti e politiche attive per l`occupazione, significa rendere l`opzione per il lavoro più attrattiva e realmente praticabile rispetto a quella che l`Ocse definisce la "trappola" dell`aiuto 
economico. E significa, soprattutto, dare finalmente l`opportunità al disabile di avere mezzi di sostentamento indipendenti. 
Un`autentica conquista, afferma la ricerca, che rimette in discussione quelle politiche nazionali, che nella stragrande maggioranza dei casi definiscono la disabilità in termini medici o di semplice valutazione degli impedimenti fisici o mentali. Con la ratificazione della Convenzione Onu nel 2009 (ma poi non 
ha più battuto un colpo), l`Unione europea ha riconosciuto la necessità di cambiare l`approccio alla disabilità: non più con una soggettiva medica ma con una prospettiva sociale. Non limitiamoci, 
in sostanza, a certificare cosa un invalido non può più fare, ma cerchiamo di capire cosa è in grado di fare, come insegna la buona tradizione dei Paesi scandinavi (Finlandia e Svezia non soffrono differenze di genere nell`occupazione dei disabili, con variazioni insignificanti che vanno dallo 0,9 al 2,4%), e mettiamolo nelle condizioni di ritagliarsi una dimensione 
professionale rrom incapacity to work capacity»). Con il sostegno dei fondi strutturali e della cooperazione allo sviluppo, l`Edp vuole dare agli inabili, uguali opportunità di accesso a educazione, formazione e lavoro, ai servizi e alla sicurezza sociale, al reddito minimo e alla protezione sociale, 
mezzi di sostentamento indipendenti e libertà di scelta nei servizi sociali di alta qualità. L`Europa "senza barriere" vuole cambiare prospettiva. Non si tratta più di indennizzare un limite, ma di assecondare una potenzialità. Non solo proteggere chi ha problemi, ma soprattutto aiutare chi lavora e vuole restare nel mondo del lavoro, anche se ha perduto parte delle sue funzionalità. 

FRANCIA
Il sistema delle quote mostra la corda 

Dal 1987, un`impresa con un minimo di 20 dipendenti deve assumere almeno il 6% di lavoratori disabili. In caso d`inadempienza, l`azienda dovrà una versare una quota a favore di un fondo d`inserimento professionale per i disabili. Solo un terzo delle imprese è in regola con la quota stabilita. La legislazione è 
stata potenziata nel 2005 con il part time per i lavoratori con disabilità e il consolidamento del ruolo dell`Associazione per la gestione dei fondi di inserimento. Di fatto, però, gli imprenditori preferiscono 
versare denaro alla causa piuttosto che assumere disabili. 
Le aziende si giustificano affermando che non sono più riconosciute differenze tra livelli di handicap. Se prima, infatti, l`assunzione di una persona gravemente disabile era equivalente a 2,5 posti, ora  un`assunzione vale un posto, non importa quale sia la natura della disabilità. Di conseguenza, dicono le imprese, la tendenza attuale è quella di assumere persone con handicap molto lievi. (P.Arz.) 

SVEZIA 

Favorito lo start up di aziende 
In Svezia lo Special business start up aiuta i disabili che vogliono avviare un`impresa, coprendo i costi d`ufficio (scrivanie, computer) e sostenendo il salario (se lo chiede l`imprenditore) per i primi sei mesi dello start up. In Slovacchia, invece, un sistema di pagamenti diretti permette ai portatori di handicap 
di muoversi da una regione all`altra per trovare un lavoro. 
Il disabile ha diritto al sostegno anche se trova lavoro all`estero, ma l`assistenza può durare al massimo due mesi. La. Spagna ha ridotto i giorni di lavoro per chi ha un disabile a carico e concede  due settimane in più di maternità per chi ha partorito e/o adottato bambini disabili. Sono stati inoltre introdotti incentivi 
per incoraggiare gli imprenditori a offrire contratti di lavoro più sicuri per gli inabili, riducendo i contributi. L`obiettivo è ottenere un tasso di occupazione maggiore per i disabili. Il Regno Unito riconosce ai genitori di bambini portatori di handicap il diritto di richiedere orari di lavoro flessibili. (P.Arz.) 

DANIMARCA 
Lavori flessibili sovvenzionati 

il Piano disabilità è stato riformato nel 2003 e si basa su un cantbiamento concettuale dell`idea di disabilità. L`obiettivo, infatti, è capire cosa il disabile è in grado di fare e di imparare, piuttosto che prendere atto delle sue capacità limitate: fino a che punto cioè può svolgere il suo lavoro, che in Danimarca è un lavoro sovvenzionato (il cosiddetto flex job). I sussidi sono assegnati solo se la disabilità è così grave da impedire sia l`occupabilità sia una riabilitazione in grado di permettere al disabile di esercitare un flex job. 
Mentre i lavoratori flex-job ricevono una paga standard, i datori che impiegano disabili sono indennizzati per compensare la ridotta capacità produttiva dei "flex workers". In Danimarca si dibatte inoltre se le indennità di prepensionamento dei giovani disabili debbano essere temporanee. Soluzione, spiegano i giuslavoristi, che dovrebbe migliorare l`attitudine a concentrare l`attenzione verso le capacità 
produttive piuttosto che sull`assistenza economica. (P.Arz.) 

ITALIA 
Promozione dai social network agli stage 
in Italia il 66% delle persone disabili è fuori dal mercato del lavoro. Una delle cause, su cui occorre uno sforzo comune, è certamente di ordine culturale. Fra i soggetti più impegnati in questo senso vi è Sodalitas, la Fondazione di Assolombarda per il sociale. Promotrice da diversi anni, insieme a Unar (Ufficio nazionale anti-discriminazioni razziali), Synesis career service e Fondazione Adecco per le Pari opportunità, del career day DiversitàLavoro per l`inserimento lavorativo di disabili e stranieri, Sodalitas ha costituito il Laboratorio lavoro e disabilità con imprese, istituzioni, inondo della scuola e organizzazioni rappresentative dei disabili. Il laboratorio si impegnerà nel 2012 in vari percorsi: il Sodalitas disability 
group, già attivato su Linkedin, per la condivisione di esperienze; Porte aperte, progetto realizzato con Cald (Coordinamento atenei lombardi per la disabilità) per offrire stage a studenti universitari 
disabili; workshop formativi per manager su strumenti e processi di inclusione di lavoratori disabili in azienda. (A.D.T.) 

L’EURODEPUTATO
«Il primo passo è il pieno accesso ai servizi» 

Adam Kosa è il primo eurodeputato non udente della storia. La disabilità non gli ha impedito di laurearsi in legge e poi di essere eletto a Strasburgo. Il parlamentare del Ppe è tuttavia consapevole che per altri 80 milioni di cittadini europei affetti da disabilità, inserimento e integrazione stabile nel mercato del lavoro restano una montagna insormontabile. 
Curatore del Rapporto sulla strategia europea 2010-2020 sulla disabilità, Kosa sostiene che l`obiettivo europeo 2020 (occupazione al 75%) non potrà mai essere raggiunto senza un`adeguata politica d`inclusione per i disabili. La Convenzione Onu sui diritti dei disabili e la Carta dei diritti fondamentali Ue non bastano, osserva. La questione fondamentale è legata all`accessibilità ai servizi: istruzione, 
occupazione e sanità. Solo così, spiega, il disabile avrà davvero un attivo nella società. E per il lavoro, osserva l`europarlamentare ungherese, una reale uguaglianza nell`accesso alle professioni potrà 
ottenersi solo se i datori di lavoro adotteranno pratiche inclusive. «La sfida più difficile è l`accesso dei 
disabili ai livelli occupazionali più elevati», dice Kosa, intervistato da Europarltv. «Nell`Europa occidentale – rileva l`eurodeputato – circa il 40% ha un`occupazione retribuita. Non è molto, ma nei Paesi dell`est le percentuali scendono addirittura al 10-15%. Un dato scoraggiante, che deve cambiare nei prossimi dieci anni». 
Così come dovrà cambiare l`approccio culturale verso la disabilità attiva: «La società – spiega Kosa – deve guardarli con la lente dei diritti umani e non della commiserazione».
C`è poi l`immancabile ostacolo legato alla burocrazia. In questo senso, le 
istituzioni europee non mancano di dare il "buon esempio". E lo stesso Kosa ad ammettere che gli strumenti di cui si dotano Unione europea e Stati nazionali possono rivelarsi una giungla inaccessibile 
per l`inserimento del disabile nel mondo del lavoro. A Strasburgo, l`intergruppo per la disabilità è il più longevo (30 anni) è il più numeroso (100 deputati) del Parlamento europeo, ma forse anche il più inefficace. La creazione di una Commissione europea parlamentare ad hoc, osserva Kosa nel suorapporto, che sia capace di incidere realmente sul processo decisionale della politica Ue può essere un segnale più concreto e di vera attenzione politica alla disabilità. 

Pierpaolo Arzilla 

 

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