Rispondo in breve alle contestazioni di Carlo Troilo e a quelle (pubblicate mercoledì) di Maurizio Mori a proposito del “suicidio assistito”. Brevemente perché Gustavo Zagrebelsky, presidente
emerito della Consulta, intervistato dal Fatto mercoledì, ha già chiuso la questione con parole
definitive. Mori sostiene, in base alla sua “logica”, che chi chiede aiuto a un medico per farla finita
rimane padrone della sua vita, così come il risparmiatore rimane proprietario dei suoi beni anche se
li affida a una banca e come l’elettore rimane titolare della sua sovranità politica anche se la delega
a un parlamentare.
Ma il paragone non regge: chi chiede aiuto a un medico per suicidarsi la vita la perde, mentre chi
affida i suoi risparmi alla banca lo fa per svilupparli, non per farseli rubare; e chi delega la sua
sovranità politica a un parlamentare lo fa perché quello tuteli meglio i suoi interessi e quelli
generali, non perché lo cancelli dalla società .
Infatti il Codice penale punisce le banche che rubanoi soldi dei clienti e i politici che si fanno gli affari propri, esattamente come punisce (giustamente) il medico che toglie una vita invece di fare di tutto per salvarla. Troilo si meraviglia che io citi il Codice penale “emanato 80 anni fa, nel 1930, in pieno regime fascista”: con questa “logica”dovremmo abolire le pensioni, solo perché il sistema previdenziale è nato durante il Ventennio. O dovremmo rendere lecito l’omicidio solo perché a punirlo è il Codice “fascista”. Si dirà: il Codice penale può essere aggiornato. Certo. Io però mi auguro che continui a punire chiunque provoca la morte di un altro uomo innocente.
Sia nel caso dell’omicidio classico, sia in quello dell’“istigazione o aiuto al suicidio”, sia in quello dell’“omicidio del consenziente”. Ringrazio Troilo di avermi ricordato la differenza fra i tre reati, che peraltro conoscevo bene: l’importante, per me, è cherestino reati. Nessuno, per quanto si arrampichi sugli specchi, è ancora riuscito a spiegare come possa un medico, che ha il dovere di salvare vite, tradire anzi ribaltare di 180 gradi la sua missionespegnendole con un’iniezione letale. Lo so che molti lo fanno di nascosto: il che non mi pare un buon motivo per consentirgli di farlo a norma di legge.
Un sacco di gente ruba: che facciamo allora, legalizziamo il furto? Sia Mori sia Troilo tirano poi in ballo l’eutanasia e la sospensione delle terapie, che sono due cose differenti fra loro, e totalmente estranee al “suicidio assistito”.
L’eutanasia riguarda i malati incurabili in fase terminale in preda ad atroci sofferenze: questione
terribile e complessa che meriterebbe lunghi discorsi, ma sempre caso per caso, anche alla luce
delle più moderne tecniche di terapia del dolore.
La sospensione delle cure, invece, è un diritto sacrosanto già riconosciuto dalla legge: vedi i
testimoni di Geova che rifiutano anche le trasfusioni di sangue. Se una terapia o una macchina tiene in vita artificialmente una persona che, in assenza di quella, morirebbe, quella persona ha tutto il diritto di rifiutarla. A maggior ragione si può rifiutare, anche ex post, l’accanimento terapeutico. Ma un conto è “lasciar morire”, un altro è uccidere. Il “suicidio assistito” riguarda invece chicontinuerebbe a vivere anche senza terapie e vuol farla finita comunque: in questo caso, mi spiace,ma deve pensarci da solo, senza coinvolgere un terzo estraneo. Il suicidio di Stato, garantito dal medico “curante” (si fa per dire) e magari anche dal Servizio sanitario nazionale, è una mostruosità che ha un solo nome: omicidio. Con tutte le possibili attenuanti, giustificazioni, ragioni di umana pietà. Ma pur sempre omicidio.
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