Il dibattito sull’eutanasia: quando si è al bivio tra la vita e la morte

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Stefania Berbenni

 Quel gesto, finito sulle prime pagine e nei tg della sera, ha obbligato ad affacciarsi col pensiero dove il vuoto ha inizio: il 28 novembre Lucio Magri,intellettuale fino e fondatore del Manifesto, da tempo affetto da depressione, ha portato a compimento il proposito, per due volte fallito, di interrompere la propria vita; è andato in una clinica elvetica per ingerire uno dei miscugli della "dolce morte" e si è congedato da un mondo che sentiva lontano, da un futuro che non voleva, da un vuoto cattivo (la moglie mancata due anni fa).

Senza le coloriture acide della politica, senza scomodare l’ultimo dizionario dei tempi moderni in materia – lasciar morire, far morire, eutanasia, accanimento terapeutico, suicidio e suicidio assistito – parliamo di morte, o meglio, di vita e di morte. E lo facciamo con chi, nata senza braccia, è diventata ballerina (Simona Atzori, autrice di Cosa ti manca per essere felice?); con un imprenditore che ha sparigliato le carte dell’economia mettendo l’etica al centro del suo operato (Brunello Cucinelli); con un critico d’arte, sublime divulgatore, da poco dimesso dall’Istituto dei tumori (Philippe Daverio); con un analista famoso, in là con gli anni e denso di sapere (Lucio Della Seta); con un archeologo star, che ha la fortuna di conoscere bene il passato (Valerio Massimo Manfredi); con un "figlio di", capace di ricordare il padre Tiziano pur camminando da solo (Folco Terzani, autore di A piedi nudi sulla terra); con un attore che, con il ragionier Fantozzi, ha fatto molto ridere gli italiani, e poi li ha fatti pensare scrivendo e parlando (Paolo Villaggio); con un medico in lotta con la sclerosi multipla perché un giorno scoprì che sua moglie ne era affetta (Paolo Zamboni, la sua storia nel libro Sogni coraggiosi).
Si può decidere il quando, il come e con chi morire? È presuntuoso indagare l’"ars moriendi"? E come la si mette quando il dolore fisico, vissuto in prima persona od osservato impotente mentre si impossessa di chi amiamo, spezza certezze laiche e convinzioni religiose? Panorama ha posto queste domande e queste sono le risposte ricevute.
SIMONA ATZORI, ballerina
Sono molto felice di quello che ho. Il Signore mi ha disegnato in questo modo, non mi mancano le braccia, dovevo nascere così. Di momenti difficili ne ho avuti, certo. Ringrazio i miei genitori per avermi accolto, è come se fossi nata due volte: avrebbero potuto decidere di non avermi. Io sono per la vita fino in fondo, ma ho un grande rispetto per chi fa certe scelte. A mente lucida è facile dire certe cose, quando però si arriva nel grande buio, nel grande dolore, chissà. Non è giusto stabilire delle regole, delle leggi. Per me la vita va vissuta fino in fondo. Ma questa sono io.
BRUNELLO CUCINELLI, imprenditore
Fra i miei maestri, su tutti Cicerone e Marco Aurelio mi hanno convinto a pensare, direi quasi stoicamente, che la morte fa parte della vita. Cicerone diceva: «Pensa spesso alla morte, avrai meno paura. Considerala un evento della vita». Tredici anni fa mia madre fu colpita da un ictus, per un’ora circa, anche se non sapevo quanto lei capisse, le sono stato vicino, solo io e lei, a parlare: "Hai condotto una vita bellissima di mamma brava. Hai allevato dei figli senza risparmiarti. Aspetta il nostro arrivo". In quell’occasione infatti mi ero attaccato a Seneca che suggerisce di immaginare dove ci si ritroverà. E la stessa cosa ho fatto quando, ventisettenne, ho accompagnato a Parigi un carissimo amico a morire in ospedale. Sapevamo entrambi che non c’era nulla da fare: "Non vorrei morire" mi ripeteva nel viaggio e io che argomentavo usando la saggezza di Seneca. Il punto è che la vita, anche nei momenti peggiori, può riservare gioie inaspettate. Mai interromperla. E se poi pensi che l’anima sia immortale, il tema della morte ti spaventa un filo meno.
PHILIPPE DAVERIO, critico d’arte
In teoria, è assolutamente corretto poter decidere di troncare. Non è facile però. Lo è di più davanti allo spauracchio del dolore, di fronte al male incurabile. Io vengo da un mese e mezzo all’Istituto dei tumori, dove mi hanno operato. Tutto bene. Ma se il male tornasse senza possibilità, beh allora chissà… Bisogna lasciare a ognuno la libertà di scegliere anche se la posizione della Chiesa apostolica romana lo vieta. Le altre chiese non sono così severe. Un’altra cosa: sento in giro un appetito per i miei organi che non mi piace; un mio amico caduto in coma sentiva medici e parenti intornoa lui che dicevano: "Siamo pronti per l’espianto". E lui poco dopo si è risvegliato! Capisce quello che dico? Il diritto di morire esiste solo se precisamente espresso dal diretto interessato in assoluta coscienza di cause.
LUCIO DELLA SETA, psicologo, analista
L’impedimento a non morire non viene dalla mente, ma dal corpo, è lui che vuole vivere a tutti i costi, che è programmato per salvarsi. Il resto sono coperture: è talmente grande il terrore per la propria morte che la si trasforma falsamente in questione etico-morale. Quello che vediamo è che c’è la fine, ma non sappiamo niente del dopo. In Italia e Spagna, il cattolicesimo con il libero arbitrio e l’idea che il dolore in terra aiuti a guadagnare la vita eterna hanno complicato il discorso sul suicidio assistito. La questione del fine vita non esisteva 100 anni fa, sono i mezzi di comunicazione a fare diventare casi le scelte individuali; ed è la possibilità di poter scegliere a creare il tema.
VALERIO MASSIMO MANFERDI, archeologo
L’antichità molto insegna. C’è Seneca che si taglia le vene ma poi capisce che deve finire le sue argomentazioni sulla vita e si fa medicare per prolungare di qualche ora la sua presenza con gli amici. Terminata la cena si fa immergere in una vasca di acqua calda per accelerare il defluire del sangue. C’è Augusto che confida a Fabio Massimo un segreto: "Non lo devi dire a nessuno". E invece l’uomo lo racconta alla moglie, e la notizia passa di bocca in bocca. Tale è l’umiliazione per il segreto violato, che Fabio Massimo si uccide. C’è poi l’etica del suicidio di fede stoica per non sopportare l’umiliazione del nemico, o la tirannia; c’è Annibale che viaggiava col veleno, pronto a berlo per non cadere nelle mani dei romani. È una questione di delicatezza estrema, questa della morte. Una volta, un mio collega, professore di storia greca, mi confessò: "Io voglio morire con dignità". Seppi poi dalla moglie che fece una fine spaventosa, incapace di prendere la decisione ultima. Se uno ha fede, sa che la vita è di Dio e non è lecito togliersela, ma se uno non è credente non può concepire che qualcuno sopra di lui possa sindacare una sua scelta: sei tu che decidi di spegnere te stesso. Sembra quasi una cosa contro natura, ma la morte è la cosa più naturale che ci sia.
FOLCO TERZANI, scrittore
Il mio babbo aveva conosciuto un vecchio in Himalaya che, impossibilitato a camminare, si era isolato e aveva smesso di mangiare, che è un modo molto naturale di interrompere la vita. Se si può fare o non si può fare, dipende da cosa succede dopo. E questo non si sa. Sono temi su cui non si può legiferare, non si può dire se uno ha diritto o no a morire quando vuole. Il mio sogno? Essere come un daino, morire in natura, solo, che è una specie di suicidio. Magari, si potrebbe stare in ospedale e vivere una settimana in più. Ha senso? Dove abito io, in montagna, hanno imposto alle vecchiettine di farsi curare, andando in ospedale per prolungare la vita di un pochino. E invece c’è una perfezione nel morire a casa propria, dove sei nato.
PAOLO VILLAGGIO, attore e scrittore
Ho quasi 80 anni, tutti i miei amici più stretti sono scomparsi, Gassman, Tognazzi, Volontè, Salce, Carmelo Bene, De Andrè. Lì per lì non ne senti la mancanza, ma dopo un po’… È un po’ curioso l’atteggiamento della Chiesa di impedire la libertà di morire. Non capisco perché i cattolici non abbiano risolto il problema fondamentale: la paura, il terrore anzi, della morte. L’hanno suggerito loro questo terrore ma non sanno raccontare cos’è il Paradiso o l’Inferno; il Limbo l’hanno abolito d’ufficio. Se non ci fosse stato Dante, che idea avremmo? Non sapremmo come va a finire. Secondo me,la Chiesa dovrebbe ripristinare una specie di desiderio di Paradiso.
PAOLO ZAMBONI, medico
Anche se sei sulla sedia a rotelle, non per questo devi rinunciare alla vita. Due anni fa si è presentata da me una signora affetta da sclerosi multipla non in fase terminale, eppure aveva deciso di interrompere la vita in una clinica svizzera. È un crimine contro la vita? Occorre definire con estrema attenzione i casi di morte assistita. Molte volte mi sono trovato di fronte a pazienti in fase terminale, con grandissima sofferenza, senza alcuna possibilità di miglioramento. E mi sono interrogato. Il fatto di poter somministrare farmaci antidolorifici, sapendo che danno come un colpo d’acceleratore perché come effetto collaterale hanno anche la depressione dell’attività respiratoria, è un gesto preciso. Ma totalmente morale: come medico e come uomo accetto volentieri l’idea di alleviare il dolore a una vita che non ha nessuna possibilità di essere allungata.

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