Nel suo articolo del 27 maggio (left n.21), Mirella Parachini afferma che la vittoria del referendum radicale avrebbe significato l’ equiparazione dell’aborto a un qualunque altro atto medico, che avrebbe dunque potuto essere svolto in una struttura pubblica o privata. Ciò avrebbe reso vana l’ obiezione di coscienza, che di fatto ostacola l’ applicazione della legge in quasi tutte le Regioni. Penso che potrebbe essere utile riaprire il dibattito su questi temi.
Temo ancora, 30 anni dopo, che aprire questo campo alla medicina privata potrebbe fornire un alibi all’assenza e all’incapacità della Sanità pubblica. E che questo potrebbe essere un problema, specie per le donne più deboli, le immigrate e le minorenni. Temo inoltre che l’ avvento del privato in questo campo potrebbe far sparire le necessarie “isole di laicità” dagli ospedali pubblici.
Ero anche iscritta al Pci, avevo lavorato fra le ragazze e con le donne. Ricordo il grande disagio provato di fronte al moralismo che trovava spazio nel dibattito su Noi Donne, ma che era molto forte anche nella sinistra comunista. Questo disagio si è rafforzato quando, da ginecologa, ho cominciato a lavorare nelle strutture di pianificazione familiare, quando ho cominciato a praticare aborti. Ed è lo stesso che provo quando sento dire che con la Ru486 sempre più donne abortiranno perché sarà più facile. Proprio per questo non riesco a pensare a una risposta "privata". Nonostante tutto, io voglio che questa società cambi, voglio cambiare il modo di pensare, abbattere vecchi luoghi comuni. L’ obiezione di coscienza, addirittura rivendicata dai farmacisti per la pillola del giorno dopo, è una vergogna. Aveva senso quando fu approvata la legge, per tutelare coloro che già lavoravano negli ospedali pubblici. Oggi è uno dei tanti strumenti per ostacolare l’ applicazione della 194, che premia gli ossequiosi alle direttive del Vaticano. Perché, allora, non proporre di eliminarla? Si tratta di un diritto quando vi sia un obbligo per i cittadini, non lo è più quando ostacola impedisce l’ esercizio di diritti per altri. Nessun ginecologo è obbligato a lavorare negli ospedali pubblici, dove si dovrebbero rispettare e applicare le leggi dello Stato: se un medico assunto dalla struttura pubblica viene folgorato dalla crisi di coscienza, ne tragga le conseguenze, si licenzi e vada a lavorare negli ospedali confessionali o nei consultori cattolici.
Non credo che "privatizzare" l’ aborto sia la strada, perché credo che la Sanità pubblica abbia un dovere nei confronti dei cittadini, e non possa lavarsene le mani, scaricando il "lavoro sporco" al privato. lo credo che sia tempo che questa società, nella quale decidere del proprio corpo e della propria vita non è un diritto, ma solo un male minore, cambi. lo credo che sia tempo che questa società, che tollera che una donna possa abortire, purché si senta in colpa, cambi. Lo credo che sia tempo che una donna che decide di interrompere una gravidanza non sia costretta ad andare in una struttura privata, perché la Sanità pubblica la giudica e la condanna. lo credo che sia tempo di abbattere il pensiero che ritiene che le donne che abortiscono debbano soffrire, perché, in fondo, sono assassine. Come riportare il Servizio sanitario nazionale al centro del rapporto medico-paziente? Quale futuro per le prestazioni "pubbliche"? L’ obiezione di coscienza va eliminata dalla legge 194? Quale deve essere il ruolo dei consultori? Ecco come rispondono tre specialiste da sempre in prima linea a difendere il diritto all’interruzione volontaria di gravidanza.
In Italia l’ assistenza alla gravidanza è, come molte altre questioni di ordine sanitario, diffusa a macchia di leopardo. Accanto a esperienze eccellenti vi sono dati dei quali non ci si può vantare. Ad esempio siamo al primo posto per il numero di cesarei fra i paesi industrializzati, con elevati squilibri tra le diverse regioni: in Campania partorisce con intervento chirurgico oltre il 60% delle donne, in Trentino il 27, a fronte della più alta natalità d’ Italia.
Per elaborare un progetto che consenta di incrementare un’ assistenza meno medicalizzata e "difensiva" per le gravidanze a basso rischio e l’ attenzione per quelle ad alto rischio, da parte dei Servizio sanitario nazionale, si svolge a Roma il 24 e 25 giugno, organizzata dall’Associazione Vita di donna, la tavola rotonda "Giornate sull’assistenza ostetrica". A confronto operatori, esperti e amministratori locali, tra cui Tonino D’ Annibale (vicepresidente commissione Lavoro Regione Lazio- Pd) Rocco Berardo (consigliere regionale lista Bonino Pannella), Giulia Rodano (vicepresidente commissione Sanità Regione Lazio-ldv) e Mirella Parachini. Elisabetta Canitano, ginecologa e presidente di Vita di donna, anticipa a left i temi in discussione.
“Il convegno – dice – nasce dall’osservazione di un dato di fatto paradossale: in ospedale si impegnano notevoli risorse e vengono seguite con troppe analisi le gravidanze a basso rischio, mentre quelle a rischio spesso non trovano un percorso certo di presa in carico da parte dell’operatore pubblico. Le linee guida invitano a prestare molta attenzione alla storia della donna, ma spesso proprio la prescrizione d numerose analisi rende le gravidanze tutte uguali”.
Anzitutto incide sulla scarsa differenziazione delle prestazioni. In tutte le sanità che funzionano meglio della nostra c’ è una costante valutazione dell’urgenza della prestazione. E ci sono dei canali preferenziali per le urgenze.
In alcune regioni questo accade. In altre – persino in Emilia-, in modo insufficiente. Il più delle volte vanno persi gli appuntamenti disdetti da chi è in lista da molto tempo.
Può mettersi in lista di attesa solo chi è sano. Chi è malato ormai va sistematicamente a pagamento. Un Ssn pubblico moderno deve saper decidere cosa dare e quando garantendo la priorità e prestazioni di alta complessità a chi è malato. Il motivo è chiaro: la prestazione a bassa complessità può essere acquistata quasi da chiunque. Quella più complessa no. Ed è qui che lo Stato deve essere presente in modo capillare.
Cosa non funziona nell’ assistenza alla gravidanza?
La cattiva organizzazione nel nostro Paese riguarda sia le gravidanze a basso rischio, che possono essere seguite dalle ostetriche, come in tutta Europa, con poche analisi e tanta attenzione che permette di capire se e quando il rischio si modifica, sia quelle ad alto rischio, sia quelle che vanno incontro a complicanze improvvise.
È un tema delicato, la responsabilità delle strutture è fondamentale. Nemmeno le morti materne, che vengono considerate dalla medicina internazionale come "eventi sentinella" che devono condurre riorganizzare l’ assistenza, hanno portato a una modifica delle modalità assistenziali, sebbene ci siano delle leggi. Nel Lazio c’ è un "percorso nascita" nel Piano sanitario regionale, approvato e mai applicato. È poco conosciuto anche nei servizi territoriali, ma soprattutto dalle donne che – come dimostra un’ inchiesta che sarà presentata al convegno – in caso di patologia non sanno a chi rivolgersi, al di là del Pronto Soccorso, che non può attuare una presa in carico stabile.
Ci sono esempi positivi?
Una grande vittoria del servizio pubblico è la legge 194. Lo dicono i dati: gli aborti erano 250mila nel 1978 e sono 130mila oggi. Dietro a questo risultato c’ è un lavoro collettivo degli operatori nei consultori. Qui, a partire dalla proposta di contraccezione viene svolto un capillare e costante servizio pubblico di assistenza. In questo modo le donne ci hanno riconosciuto come medici che operano al loro fianco e non come venditori di una prestazione. Voglio ricordare che lasciare l’ aborto al libero mercato significa interrompere la fortissima pressione sugli ospedali affinché lo garantiscano. Se passa l’ idea che per chi ha fretta basta pagare, questa pressione calerà subito. E ci ritroveremmo con persone che non sanno dove e come ottenere ciò di cui hanno bisogno.
L’ aborto non si vende e non si compra. È un gesto di solidarietà garantito dal Ssn, non può diventare un’ attività di mercato. Per il mercato c’ è la chirurgia plastica.
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