Nell’ affrontare problemi di bioetica, si confrontano due culture differenti, spesso in conflitto fra loro. Da una parte prevale l’ idea dell’ esistenza di un essere superiore al quale dobbiamo rendere conto e implica che il nostro comportamento sia vincolato da leggi dettate dall’ esterno. Dall’ altra vi è chi ritiene che nell’ evoluzione della vita sulla terra che ha portato alla mente umana, nel nostro cervello si siano instaurati meccanismi che sono alla base della nostra responsabilità e libertà. Ambedue queste due visioni del mondo meritano rispetto, ma non vi sono elementi a priori per decretare la superiorità dell’ una sull’ altra.
Per questo motivo ritengo che la legge di uno Stato laico porti ad un reciproco rispetto nell’ affrontare problemi di etica ed in particolare il problema del testamento biologico e della possibilità di decidere sul destino della nostra vita. Scopo della scienza medica è quello di prolungare la vita, ma anche quella di lenire le sofferenze. Essa ci ha fornito eclatanti risultati per la salute e la felicità dell’ uomo, ma non può trasformarsi in strumento di tortura. Come ha appena detto il premier Silvio Berlusconi il problema del «fine vita» è una «questione sensibile e legata alla sfera più intima e privata». Proprio per questo motivo la libera scelta dell’ individuo resta un fondamentale diritto di ciascuno. Nell’ attuale formulazione la legge non tutela assolutamente questo diritto. Mentre da una parte sancisce da un punto di vista teorico il diritto al consenso informato, di fatto essa pone condizioni intollerabili nella sua fase applicativa.
Per venire a condizioni concrete esaminiamo due casi ampiamente documentati al pubblico. Il caso Eluana ed il caso Welby.Nel primo si trattava di un ben documentato esempio di stato di incoscienza irreversibile come lo era il caso Terry Schiavo, per i quali si parla di coma vegetativo. La scienza recepisce oggi chiaramente che esiste una stretta correlazione fra attività cerebrale e stato di coscienza. Senza la prima non può esistere la seconda e l’ individuo vive uno stato vegetativo che assomiglia a quello di un vegetale. Se egli lo ha chiaramente manifestato ha il diritto di non vedersi applicare aiuti come la respirazione artificiale, l’ alimentazione e la idratazione artificiale che sono manovre prettamente medico-chirurgiche che nulla hanno di naturale. Su questo punto il codice di deontologia medica è chiarissimo. Per quanto riguarda il caso Welby lo stato di coscienza era perfetto. Ma la qualità della vita era una vera tortura. Credo che se un individuo, anche parlando con i soli movimenti degli occhi, chiede di terminare questa tortura, ne abbia tutto il diritto.
Il premier dichiara che questa legge prevede che nessun trattamento sanitario possa essere compiuto sul paziente senza che questi abbia espresso il proprio consenso, assicurando così la libertà di cura, e traccia un confine netto con l’ eutanasia, evitando anche i rischi di accanimento terapeutico. Tuttavia, conclude dicendo che «noi liberali, cristiani, socialisti, riformisti, credenti di fedi diverse e non credenti, noi moderati, insomma, siamo convinti che la libertà, bene prezioso, non possa arrivare a negare la vita». Esiste quindi una chiara contraddizione dove si accetta la libertà al rifiuto dell’ accanimento terapeutico e dell’ applicazione di tecniche medico-chirurgiche e la libertà che è contro una vita non più umana oppure è tortura. Se questa è la legge che deve essere approvata, meglio è rimanere allo stato attuale. Meglio nessuna legge che una cattiva legge che limita la vera libertà.