“No al sondino di Stato”, “Sì all’eutanasia legale contro l’eutanasia clandestina”. Sono solo alcuni dei cartelli al collo degli attivisti radicali impegnati in un sit-in permanente davanti a Montecitorio. Dal sette marzo, quando la proposta di legge sul testamento biologico è stata portata all’esame della Camera dei deputati, i militanti hanno ricominciato a far sentire la loro voce. Tra questi Carlo Troilo, giornalista ed ex manager, dirigente dell’associazione Luca Coscioni, da anni vicino al partito di Marco Pannella. La sua battaglia personale per la legalizzazione della “dolce morte” dura dal 2004, da quando suo fratello Michele si suicidò a settant’anni. Pochi mesi prima gli avevano diagnosticato una forma rara di leucemia. “Da quel momento ho cominciato a lottare – ci spiega Troilo – diffondendo i dati sui malati terminali che scelgono di togliersi la vita, non potendo scegliere di morire legalmente: sono circa mille ogni anno”. Oggi il bersaglio è la legge sul testamento biologico, già approvata al Senato. Troilo sta facendo il digiuno della fame: “Una legge che riteniamo abietta, incostituzionale. Serve una normativa che blocchi l’eutanasia clandestina, come accadde con la legge 194 che legalizzò l’aborto”, continua.
“Vogliamo che il Parlamento apra un’indagine conoscitiva su questo fenomeno. In Olanda, la legge è nata proprio in seguito a un’indagine conoscitiva che ha rivelato una realtà inquietante”. I punti più controversi del testo riguardano l’alimentazione e l’idratazione. Nel testamento biologico che ognuno di noi potrà sottoscrivere, potranno essere indicati i trattamenti sanitari e l’“orientamento in merito […] in previsione di un’eventuale futura perdita della propria capacità di intendere e di volere”, recita il testo. Ma fra i trattamenti sanitari sono state escluse proprio l’alimentazione e l’idratazione. “La legge vuole renderle obbligatorie perché i suoi promotori le definiscono non terapie, ma sostegni vitali, a dispetto di quanto dice l’Organizzazione mondiale della sanità e moltissimi medici italiani. Per questo la legge è incostituzionale”, spiega Troilo.
L’altra disposizione su cui si concentra la protesta è la non vincolatività della Dat, la “dichiarazione anticipata di trattamento”. Il medico non è dunque obbligato a seguire le indicazioni del paziente. La proposta di legge è sostenuta dalla maggioranza e anche dall’Udc. Ma tra i ranghi del Pdl qualcuno ha cominciato a storcere il naso, come il ministro dei Beni Culturali Bondi (“Il testo ha dei punti deboli”) e Peppino Calderisi, deputato azzurro che parla di “dubbi di incostituzionalità”. Il testo sicuramente ritornerà al Senato, perché è già stato modificato. Forse potrebbe tornare in commissione Affari Sociali della Camera. È proprio ai dissidenti della maggioranza che si appellano i radicali affinché si pronuncino secondo coscienza sulla legge. Se l’iter dovesse continuare e la legge dovesse passare così com’è restano tre strade percorribili: la Corte Costituzionale potrà pronunciarsi sulla legittimità della legge; i cittadini potrebbero pronunciarsi con un referendum e non è detto poi che il presidente della Repubblica firmi senza fare osservazioni. Il caso che ha sottolineato la necessità di legiferare è stato quello di Eluana Englaro, morta due anni fa dopo 17 anni di stato vegetativo e diventata il simbolo della libertà di scelta, assieme a suo padre Beppino. Una libertà che secondo il medico e deputato Udc Paola Binetti “conduce solo ed esclusivamente alla morte”. Per i promotori, la legge è una buona legge; per Eugenia Roccella, sottosegretario al Welfare, è una legge liberale che introduce finalmente il consenso informato.
© 2011 Associazione Luca Coscioni. Tutti i diritti riservati