Due anni fa la morte di Eluana Englaro. Dopo diciassette anni in stato vegetativo. Dopo quel maledetto incidente stradale che aveva spezzato la sua vita quando aveva solo 22 anni. Dopo le infinite battaglie legali portate avanti dal padre Beppe. A Udine, in una clinica, a febbraio 2009 le vennero sospesi alimentazione e idratazione. Oggi, a due anni di distanza, la legge sul testamento biologico è ancora ferma alla Camera. Il 21 dovrebbe riprendere il dibattito. Sarà discusso in aula: si prevede che l’alimentazione e l’idratazione artificiali non faranno parte delle dichiarazioni anticipate di trattamento. Ma potranno essere sospese solo in casi particolari. Quando cioè la persona non è più nelle condizioni di assimilare cibo e acqua e quando questi sostegni «risultino non più efficaci». Oggi sarà presentato un appello di medici per la libertà di scelta sul testamento biologico e l’accanimento terapeutico. Primi firmatari, Ignazio Marino, chirurgo dei trapianti e presidente della commissione parlamentare di inchiesta sul servizio sanitario nazionale; Umberto Veronesi e Amato De Monte, direttore del dipartimento di Anestesia e rianimazione dell’ospedale di Udine e responsabile dell’équipe medica che interruppe il sostegno ad Eluana. L’appello dal titolo "Io non costringo, curo" e la campagna di sensibilizzazione sono promossi da Fp-Cgil medici. Negli ultimi due anni molti comuni hanno scelto di sopperire alla mancanza di un testo di legge sul biotestamento attivando i registri per le disposizioni di fine vita. Scelta contestata dal governo. Un documento dei ministeri della Salute e del Welfare priva di qualsiasi valenza giuridica i registri. Eppure, nel sono sorti almeno settanta in tutta Italia. Proprio due giorni fa, sostenuto da Beppe Englaro, un comitato per la libertà di cura e ricerca ha presentato una richiesta al consiglio comunale di Messina. «E` importante – ha detto il padre di Eluana – che ognuno possa esprimere la propria opinione. Per questo è utile questo registro. Eluana aveva le idee molto chiare su questo discorso, era una ragazza forte e determinata. Per la medicina, tenere i pazienti in quelle condizioni è normalissimo pur di strapparli alla morte, ma per noi era intollerabile». Pazienti in una condizione di stato vegetativo che, in Italia, si stima siano tra le 2000 e le 2500 persone.
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