Diffusione a macchia di leopardo per la pillola Ru486, a nove mesi dalla messa in commercio in Italia. Sono in totale 4.3 17 le confezioni finora ordinate dalle farmacie ospedaliere, come rende noto, a consuntivo di un anno d’attività, la ditta distributrice, la Nordic Pharma. La maggior parte degli ordini provengono dal Nord, in particolare dal Piemonte, che da solo ne ha ordinate 1.203. Seguono Toscana (563), Lombardia (523), Liguria (500), Veneto (205) ed Emilia Romagna (189 ).Al Sud a primeggiare è la Puglia (340), seguita da Sicilia (147) e Basilicata (122. Ben più esigui i numeri di Sardegna ( 7), Lazio (30), Abruzzo (15), Calabria ( 0), Marche (5). «Le maggiori richieste ci arrivano, com’era prevedibile, dai centri che avevano già sperimentato il farmaco, Torino in testa» commenta Marco Durini, direttore medico della Nordic in Italia. Prima ragione della quasi totale latitanza di diverse regioni tra gli acquirenti della pillola, per Durini è «la complessità di alcuni protocolli di applicazione, che ne scoraggiano l’uso». Un esempio? «Gli ospedali in Lazio della lista fatta redigere dal presidente Renata Polverini devono confrontarsi con quei precisi posti letto a disposizione e niente più». Le vendite per ora «sono abbastanza in linea con le nostre attese – aggiunge -. Non mi aspettavo, però, che intere regioni restassero al paio. Ciò è dovuto a un mix di fattori, in cui rientra anche il fatto che i ginecologi non conoscono la metodica. Il nostro obiettivo sarebbe far diventare operativo il servizio in tutta Italia, mentre oggi, solo alcune realtà sono davvero attive». Inoltre, le scatole del prodotto ordinate (ognuna con l’occorrente per un singolo aborto) non sono state tutte usate. Secondo Mario Eandi,farmacologo dell’Università di Torino, oltre alla difficoltà dei protocolli da seguire, il mancato exploit della pillola dipende anche dal fatto che «l’aborto farmacologico non è affatto più semplice o più sicuro dell’aborto chirurgico. La paziente deve prendere due farmaci e l’aborto dura almeno tre giorni, perciò molti ginecologi preferiscono il "vecchio” metodo». Il successo di Torino, che con l’ospedale Sant’Anna aprì la sperimentazione della pillola abortiva in Italia nel 2005, dipende, secondo Eandi, «dal fatto che non vengono rispettate, in concreto, le linee guida».
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