L’opinione dei veneti intervistati è chiara. Qualora il paziente soffra e la malattia sia incurabile, la maggioranza ritiene che il medico possa aiutare il paziente a morire. Il sondaggio è stato ben condotto, evitando parole come "suicidio" o "eutanasia".
“Dolce morte” a Nordest il 64 per cento dice sì.
Termini che alterano il giudizio avendo forti connotazioni emotive. Le opinioni dei veneti sono simili a quelle degli statunitensi. Negli Stati Uniti, questi sondaggi sono condotti da molti decenni. In analogia si può prevedere che le opinioni dei veneti più giovani saranno quelle prevalenti in futuro. E’ peraltro interessante l’opinione di quanti dichiarano una pratica religiosa assidua. In Veneto quasi la metà dei cattolici "assidui" si discosta da quella che è la dottrina ufficiale della Chiesa. La differenza, tra cattolici e non, scompare se si considerano i fedeli "saltuari". Questo è il dato stupefacente del sondaggio.
Negli Stati Uniti solo pochi cattolici ritengono che i principi di carità cristiana siano compatibili con la scelta per la "dolce morte". In Veneto sono molti di più. Le ricerche mostrano che la spiegazione di questa differenza tra persone che praticano la stessa religione risiede nella definizione di "persona umana". Il compito del medico consiste nel far proseguire una qualsiasi forma di vita, anche con l’ausilio delle tecnologie contemporanee? Quando fermarsi? Come far prevalere una sorta di compassione, di rispetto per la dignità umana? In un libro pubblicato nel 2009, ampiamente e diversamente commentato dall’Osservatore Romano e da Avvenire, due organi ufficiali della Chiesa cattolica, il professor Carlo Umiltà e io abbiamo cercato di ricostruire la storia di questo problema, profondamente modificato dall’impatto delle tecnologie contemporanee. Sono queste che pongono alla medicina e all’opinione pubblica i dilemmi sulla "morte assistita".
Dal Settecento fino a pochi anni fa, la questione era solo filosofica. I pensatori materialisti sostenevano che l’uomo non è altro che il suo corpo (il famoso "uomo macchina" di La Mettrie). Cercavano così di eliminare l’anima, ritenuta l’origine della fede religiosa, per lo meno dai benpensanti. Oggi siamo in preda a quella che Umiltà ed io abbiamo chiamato "neuro-mania": fin che i cervello fa sopravvivere alcune (minime) funzioni corporali, si può sostenere che è tutta la persona a vivere. Il sondaggio mostra che la maggioranza dei veneti non è d’accordo con questa concezione riduttiva. Di conseguenza la "carità cristiana" va applicata alla persona umana nel suo complesso. L’atteggiamento "compassionevole" conduce a scelte diverse da quelle della Chiesa ufficiale se questa non accetta la morte cerebrale come criterio per segnare il confine della vita. Vive colui che, incurabile e privo di funzioni mentali, sopravvive?
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