La scienza a colpi di slogan e sotto il dibattito non c’è niente

Stiamo assistendo a uno strano fenomeno: la scomparsa delle domande. Questo utile e umile strumento conoscitivo, fonte primaria di ogni indagine profonda, ci sta lasciando. Al suo posto sono arrivate le certezze granitiche. Il fenomeno è molto facile da osservare in alcuni settori e su alcune questioni, oggi tanto dibattute, quanto, in realtà, poco analizzate. Agricoltura, energia, biotecnologie, settori, insomma, di vitale importanza per il buon funzionamento del nostro sistema economico, sono commentati e discussi sui media da cosiddetti opinion maker con poca competenza in materia e quindi incapaci di porsi domande sensate. Risultato? Errori grossolani (facile per esempio confondere potenza istallata con energia erogata), ingenuità religiose (naturale=sano, artificiale=insano), mancanza di metodologia scientifica e prevalenza di parole, così dette, magiche, la cui sola pronunciaci rassicura e ci fornisce una certezza, appunto, granitica.

Impossibile da scalfire. Parole come biologico, naturale, energia sostenibile, decrescita, chilometri zero, filiera corta, ecc, sono oggi diventate una moda a cui pochi si sottraggono – soprattutto a sinistra. Provate in un dibattito ad avanzare dubbi su queste parole e osservate l’effetto sul pubblico. Nel migliore dei casi si creeranno due schieramenti contrapposti, i buoni e i cattivi. I buoni vogliono salvare il mondo e si fidano del biologico e delle energie rinnovabili, i cattivi, invece; lo inquinano e fanno il tifo per il nucleare, per la chimica o per gli ogm. Nel caso peggiore, voleranno gli insulti. Difficile discutere in maniera laica e analizzare caso per caso, convenienza per convenienza.

Ma cosa davvero significano queste parole? In che contesto possono essere usate? Che prove scientifiche abbiamo per confermare il loro valore? A leggere la maggior parte dei giornali non si cava un ragno da buco. Meno male che è da poco in libreria, un libro di Dario Bressanini, Pane e bugie (edito da Chiarelettere) che ci aiuta a rimettere ordine in un dibattito pubblico quasi sempre privo di seri elementi analitici. Chi è Dario Bressanini? Un chimico teorico. Scrive una rubrica, Scienze in cucina, sul mensile Scienze. Gli articoli, poi, vengono pubblicati, in una versione più estesa, sul suo blog, seguitissimo e molto vitale. In questi anni Bressanini ha prodotto del materiale bello e utile. Chi vuole occuparsi di divulgazione scientifica farebbe bene a consultare. In Pane e bugie, Bressanini affronta alcuni temi, direi, essenziali per il nostro immediato futuro. Ne cito alcuni: gli alimenti biologici nutrono di più? Il chilometro zero, è davvero così sostenibile? Cos’è il naturale? E l’artificiale? Gli ogm sono sterili? I pesticidi finiscono nel nostro piatto? E tanti altri argomenti che facilmente a tavola, tra amici, al bar, diventano oggetto di discussione.

Bressanini ha un particolare metodo, molto interessante, per affrontare i suddetti argomenti. Lui non ha opinioni in materia. Da scienziato sa che le opinioni personali, in scienza, appunto, valgono poco. Bisogna cercare le prove. I suoi articoli partono sempre da una domanda, e prendono, poi, la forma di un viaggio, molto affascinante, alla ricerca di queste prove. Le prove vanno cercate nella letteratura scientifica. Ma non basta citare l’uno o altro articolo che a seconda dei casi conviene citare. Bisogna saperli leggere gli articoli scientifici. Cioè, approfondirli, contestualizzati, fare delle comparazioni, sottolineare alcuni elementi e scartarne altri. A fine lettura se ne esce come rinati. Sentiamo di non essere più sotto il ricatto di alcune parole che spesso ci fanno sì emozionare ma non pensare. Bressanini ci insegna che più facciamo, per pigrizia, domande imprecise più ci affidiamo a parole magiche e le parole magiche costruiscono opinioni tanto granitiche quanto false.

Se invece impariamo a fare domande precise, crescono i dubbi e con essi, si alza anche il livello della discussione. Il libro di Bressanini, oltre a fornire interessanti e utili informazioni, ci offre un metodo di lettura, indispensabile per orientarci tra le tante parole magiche. La società è molto complessa, ma la complessità offre un repertorio di piacevoli soddisfazioni. Sia come sia, un paese è civile quando riesce a usare al meglio tutti quei strumenti conoscitivi in grado di fornire delle misure. La misura è un prodotto culturale. Senza una sana cultura, poche misure, poche regole condivise e tanta, ma tanta confusione, quella sì, davvero inquinante.