La Lega precisa, al femininile, il suo federalismo anti Ru486

Per Francesca Martini alle regioni serve un "approccio inattaccabile" Milano. "La Lega è un partito laico, dove ognuno ha diritto alle proprie reazioni emotive e alle proprie posizioni personali", spiega al Foglio il sottosegretario alla Salute Francesca Martini, convinta antiabortista oltre che nota per le sue convinzioni animaliste, delegata da Bossi a occuparsi dei temi socio-sanitari all’interno del partito. Ma allo stesso tempo, è necessario essere "inattaccabili sotto il profilo giuridico e costituzionale". Dopo che il neogovernatore del Piemonte, Roberto Cota, ha sollevato parecchia polvere bioetica sulla Ru486, seguito a ruota dal suo dirimpettaio nel nordest, il neogovernatore veneto Luca Zaia, è dovuto intervenire Umberto Bossi per smussare i toni e fornire l’interpretazione autentica della posizione leghista in materia.

Si è trattato, in fondo, anche di una commedia delle parti piuttosto consueta per chi segue, o meglio insegue, l’agenda (e la prassi politica) della Lega. Ora, però, da giorni si incrociano le dichiarazioni, con diversi timbri e distinte intonazioni, da parte delle donne padane, le molte militanti del movimento ormai assurte a ruoli politici di rilievo. Alcune più laiche, restie a sposare in pieno le posizioni antiabortiste, altre invece più inclini ad alzare la bandiera pro life. "Su questi temi non si può dare un giudizio politico, è una scelta individuale", ha dichiarato ad esempio la presidente della provincia dì Venezia, Francesca Zaccariotto. "Il dibattito è scivolato su un piano ideologico, va riportato sulla difesa della vita e della salute della donna, applicando la legge 194", ha chiosato la deputata torinese Elena Maccanti, che affiancherà Cota in regione.

In ogni caso fra le donne leghiste, sempre più influenti all’interno del partito e in netta crescita nell’elettorato del Carroccio, non esiste un vero e proprio dibattito bioetico. Arrivata al governo con una delega pesante, il federalismo sanitario, Francesca Martini ribadisce al Foglio ci tiene molto a distinguere fra le proprie convinzioni, fortemente antiabortiste, e le osservazioni tecniche e giuridiche sull’interpretazione della norma relativa alla distribuzione del farmaco abortivo. ‘‘Come mamma, come donna, sono antiabortista, ritengo che la vita debba essere tutelata senza e senza ma", osserva, "ma questa è una posizione personale. Come dirigente leghista ed esponente del governo invece penso che si debba avere un approccio inattaccabile sotto il profilo giuridico e costituzionale. Bisogna rispettare la legge, ma i governatori delle regioni hanno diritto ad avere la necessaria autonomia per interpretarla e a potenziare gli strumenti di prevenzione. Non si deve permettere a nessuno di creare equivoci: la Ru486 è un farmaco abortivo e non una pillola anticoncezionale. Bisogna evitare che, per ignoranza, le adolescenti la possano ritenere tale. Del resto, lo ha detto anche Bossi: le ragazze non possono essere lasciate sole. Anche perché in alcuni casi può avere effetti collaterali fatali".

Devozione animalista e pro life Francesca Martini è molto conosciuta per la sua devozione animalista, grazie anche alla delega governativa per il benessere animale, che l’ha resa popolare nel mondo dell’associazionismo, come ha raccontato anche in un capitolo del libro "Leghiste, pioniere di una nuova politica" di Cristina Giudici, in uscita da Marsilio. Si sa meno invece del suo impegno riguardo ai temi socio-sanitari, alla difesa della famiglia, a cui si dedica da vent’anni, da quando entrò giovanissima nella Lega. "Bisogna stare attenti ad affrontare questi temi delicati", spiega ancora al Foglio. Nessuno di noi si sogna di rivedere la legge 194, ma esattamente come per la somministrazione della Ru486, ci sono alcuni parametri normativi per la sua applicazione. E non mi riferisco solo agli obiettori di coscienza che in Veneto rappresentano la maggioranza dei medici (Francesca Martini è di Verona, ndr) ma soprattutto alla prevenzione. Bisogna aiutare chi deve fare una scelta difficile a essere consapevole di ciò che fa. Oggi le donne che più fanno ricorso all’interruzione di gravidanza sono le immigrate: lo fanno perché spesso non sono in grado di pianificare le nascite. Le donne non devono mai essere lasciate sole. Bisogna aiutarle, assisterle ad affrontare un dramma personale. Infatti come deputata nel 2006 ho proposto una legge per rivedere e potenziare i consultori familiari, ma la legge è rimasta fino a ora lettera morta. Ne vogliamo parlare?". Il dibattito femminile (e padano) è aperto.

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