Maria Egizia Fiaschetti
Cinecittà. Molti residenti si dicono d`accordo ricordando il caso Englaro, pochi vanno a firmare il registro in Municipio
Debutto in sordina per il registro dei testamenti biologici, aperto ieri nel X Municipio: quattro gli atti notori depositati (i primi due, a firma di Mina Welby e del minisindaco, Sandro Medici) e tredici le prenotazioni raccolte per la prossima settimana Decine, le telefonate ricevute dagli uffici di Cinecittà, cui si aggiungono le richieste «informali». «Questa mattina – racconta Medici – all`uscita della metropolitana una signora mi ha chiesto: "Posso farlo anche io"?». In effetti, nel quartiere l`iniziativa riscuote consensi trasversali. Ventidue anni, parrucchiera, Lorena Sebastiani non è aggiornata sulla nuova campagna per i diritti civili. Basta evocare il caso di Eluana Englaro, però, ed ecco che l`incertezza si dissolve: «Ero d`accordo con il padre sull`interruzione delle cure – dice Lorena – e immagino il suo dolore nel vedere la figlia ridotta a un vegetale. Se c`è un registro, andrò a iscrivermi». Colpita dal dolore di familiari e amici, Letizia Di Porto, titolare di un negozio di abbigliamento, non ha dubbi: «Meglio decidere come morire quando si è nel pieno delle proprie facoltà: soffrire non è dignitoso. Ho seguito il dibattito sul fine vita e approvo la .scelta del Municipio: risiedo nel Centro storico e spero che seguano l`esempio». Lamenta la scarsa comunicazione Elvio Echeone, agente di commercio: «Non ne sapevo nulla, mi sarei aspettato una lettera a casa». Propaganda a parte, è favorevole all`iniziativa ma con riserva: «Mi spaventa che la questione sia affrontata con troppa facilità e bisognerebbe valutare caso per caso. A vent`anni, la scienza potrebbe fare progressi, offrire nuove terapie. Certo, se penso allo zio di mia moglie, ridotto a uno scheletro ambulante, mi chiedo a cosa sia servito tenerlo in vita». Cattolico «non praticante per mancanza di tempo», Riccardo Bonacura si affida senza esitazione alla volontà divina. Titolare di un bar in via Statilio Ottato, con quiete serafica commenta lapidario: «Come siamo nati, allo stesso modo dobbiamo morire. Anche in casi estremi, di stato vegetativo, non è giusto interrompere il sostegno vitale». Devota, Giuseppina Mastrantonio incarna il classico dilemma tra fede e ragione. «Da credente, trovo sia sbagliato porre fine alla vita Riguardo alla vicenda Englaro, però, sul piano umano posso comprendere lo strazio del padre». Materia controversa, complici i legami affettivi: «Se fossi io ad ammalarmi – ammette Giuseppina – vorrei che i miei cari non soffrissero». Opinioni diverse, tra cui non mancano gli indecisi, per la serie: «Meglio non pensarci», tra scongiuri e gesti apotropaici. Facile in astratto, meno se l`impegno diventa ufficiale. Lo sa bene Sandro Medici: «Serve una riconversione sentimentale – dice – ma proviamo comunque ad aprire uno spiraglio».