Paolo Ravasin: accanimento disgustoso, ci tolgono anche la libertà di decidere

Fabio Poloni

La Sla lo tiene prigioniero in un letto, ma lui segue in tivù quella storia così simile alla sua.
«La vera violenza è tenerla in vita, non staccare il sondino»
«Io non voglio finire come Eluana»
Ravasin: accanimento disgustoso, ci tolgono anche la libertà di decidere

«Io non voglio finire come Eluana. Costretta a vivere in uno stato vegetativo. E’ inaccettabile il comportamento dello Stato italiano. Così come quello del Vaticano. Sono disgustato». La macchina del respiro artificiale scandisce le parole di Paolo Ravasin. La Sla (sclerosi laterale amiotrofica) lo tiene prigioniero in un letto da otto anni. Segue in tivù la battaglia di Eluana, come fosse la sua. Perché un po’ lo è.
 La malattia può essere una gabbia, capace di paralizzare il corpo, i movimenti, il respiro. Ma l’anima e la sua forza non si possono imbrigliare.
 Ravasin, secondo lei è una morte violenta quella provocata dall’interruzione del nutrimento?
 «La vera violenza su Eluana non è staccare il sondino, è mantenerla in vita in quelle condizioni. Questo si chiama accanimento terapeutico. Nei confronti di Eluana, come di tanti altri ammalati che soffrono in silenzio. E non possono decidere per la propria vita. Lo Stato non può sostituirsi alla nostra volontà. Dio ci ha dato più di un cervello, ci ha dato anche la capacità di decidere».
 Come finirà la vicenda di Eluana, secondo lei?
 «Credo che morirà, e me lo auguro. Non riusciranno a fare la legge in tempo, se è vero che l’alimentazione è già stata tolta. In dodici o tredici giorni dovrebbe finire tutto».
 Che idea si è fatto di quanto è successo in questi ultimi giorni?
 «Ho seguito la vicenda in televisione. Sono disgustato, davvero. Disgustato dall’atteggiamento dello Stato italiano e del Vaticano. La Cassazione ha emesso una sentenza definitiva, va rispettata. Il Governo invece si permette di intromettersi, parlando in nome della chiesa. E agendo in maniera del tutto anticostituzionale».
 Chi ha più colpe?
 «Entrambi, ma lo Stato è succube del Vaticano, è sotto scacco. Il papa si permette di calpestare la dichiarazione dei diritti dell’uomo».
 Ravasin ci invita a leggere una pagina del libro che tiene nel cassetto del comodino. Si intitola «In nome di dio», l’autore è David Yallop. Racconta, quella pagina, del filo doppio che lega Stato e chiesa, un filo con il colore dei soldi. Si parla di privilegi fiscali, Nogara, Marcinkus, Sindona.
 «Ecco, da lì – dice Ravasin – è iniziato un intreccio non ancora dissolto. Gesù disse: il mio regno non è di questa terra. La chiesa, però, crede il contrario. Anche noi malati siamo un affare, perché il Vaticano gestisce diverse case di ricovero, e i malati portano soldi».
 Lei crede in Dio?
 «Certo. Tuttora. Ma non credo nello Stato Vaticano. Perché ci vogliono obbligare a vivere così? La chiesa è tornata ai tempi dell’Inquisizione. La differenza è che allora ti torturavano per farti dire ciò che non volevi, adesso ti torturano per tenerti in vita contro la tua volontà».
 Cosa pensa della battaglia portata avanti dal papà di Eluana?
 «Lo ammiro, è un padre che lotta affinché la volontà di sua figlia si fatta fino in fondo».
 Lei ha fatto un testamento biologico. La sua è una battaglia simile, stavolta in prima persona.
 «Io non voglio finire in stato vegetativo, non è vita. Dio mi aveva già chiamato, solo questa macchina mi tiene ancora qui. Non voglio continuare così».
 La morte di Eluana interrompendo la somministrazione, dicono i contrari, sarebbe violenta.
 «La vera violenza è tenerla in vita in questo modo. Preferisco morire di fame che fare questa vita».