Un’operazione andata male. Da mesi mia madre era chiusa in una terapia intensiva: tra il coma e la veglia, tra il sonno e il terrore. Chiesi al primario di sedarla per evitarle inutili sofferenze. «Non posso – rispose – nelle sue condizioni una sedazione potrebbe essere fatale». Chiesi se aveva qualche speranza di farla uscire da lì viva. Disse di no. Perché non sedarla, allora? «Perché la mia coscienza di cattolico me lo impedisce», disse. Ecco perché serve una legge sull’eutanasia.
Serve perché le coscienze, anche quelle dei medici, non sono tutte uguali e perché prima o poi ciascuno può ritrovarsi ostaggio di una macchina che lo condanna a una formale permanenza in vita in nulla dissimile dalla tortura. Un vecchio film sul tema aveva un titolo efficace: «Di chi è la mia vita?». Domanda solo apparentemente retorica. Per la Chiesa la vita umana appartiene infatti a Dio, ed è per l’uomo «indisponibile». Da laico vorrei invece poterne disporre. Non vorrei mai imporre ad altri quel che ritengo giusto per me, ma non vorrei che altri imponessero a me di subire le conseguenze della loro etica. All’eutanasia si può essere favorevoli o contrari. Ma non si può fingere che il problema della fine della vita non esista. Esiste, ed è spesso frutto della tecnica applicata alla scienza medica: la macchina come appendice del corpo. Eppure, i grandi leader, da Berlusconi a Veltroni, se ne lavano le mani. Questioni di coscienza, dicono. Come se politica e coscienza fossero incompatibili. «Il Parlamento non può decidere sulla morte e sulla vita delle persone», ha detto Bossi. E allora, se non ve la sentite, lasciate che la magistratura colmi il vuoto scavato dalla vostra ignavia. Lasciate, come ha detto Fini, che a decidere per Eluana sia suo padre. E, se avete un cuore, non chiamatelo «assassino».