Lasciatela morire. Lasciate Eluana al suo destino. Fermate questo assurdo braccio di ferro che rende spettacolare una morte. L’addio alla vita non è un fatto pubblico: è un dolore privato. Davanti a un caso come questo, ogni parola sbagliata è una violenza inutile. Per Eluana non servono crociate. C’è bisogno di attenzione, sensibilità, umanità. Senza umanità vedo solo barbarie. Io sono contro l’eutanasia. Da medico ho sempre difeso le ragioni della vita; da malato voglio dare coraggio e speranza a chi deve combattere il dolore, la sofferenza.
Ma Eluana Englaro è stata trascinata per troppo tempo su un terreno che non è quello del rapporto tra medico e paziente. E’ diventata un caso legale, politico, giudiziario. Potessi parlare con Papa Ratzinger gli direi questo: un medico non deve dare la morte; ai malati che vivono lo stesso dramma di Eluana bisogna dare amore e assistenza. Ma un certo accanimento non è amore e assistenza. Ho rispetto per l’angoscia di Beppino Englaro, un padre che va dai giudici perché i medici non sanno dare una risposta. Non tutti, beninteso. Non chi si è impegnato e ha fatto il suo dovere di curare, assistere, consolare. Mi riferisco a quei medici che hanno alzato le braccia perché non hanno saputo o voluto gestire una sconfitta. E adesso assistono quasi impotenti ad un balletto di decisioni prese sopra la loro testa. Il buon medico non deve farsi dettare le regole della cura dal giudice. Deve ascoltare la sua coscienza e prendere in tempo la decisione che evita cure inutili, accanimenti, dolore che si aggiunge al dolore. Nel dramma di Beppino Englaro, il padre di Eluana, vedo una sofferenza che sento mia. Vivo da 13 anni con un ictus e con un dolore che resiste ad ogni terapia. A volte ripenso ai malati di cancro che non sono riuscito a salvare e a chi mi chiedeva: «Dottore, si può fare qualcosa?».
A volte si può solo pregare. Io non sono un credente: nel mio Istituto dei tumori ho visto troppe sofferenze che non ritenevo un segno divino, mi sembravano un’ingiustizia. Adesso mi capita spesso di pensare a Dio. Sento che prima o poi dovrò fare i conti con lui. Mi interrogo come il medico di Bergman ne «il Posto delle Fragole»: ho ricevuto premi, onorificenze, lauree ad honorem per le mie ricerche sui tumori. Ma forse dovevo fare di più. Per Eluana molto è stato fatto, purtroppo inutilmente. Oggi penso che sia arrivato il momento di affidarsi a Dio e di lasciarla andare via con amore e dolcezza, con una carezza e un po’ di umanità.