Ai confini della coscienza

Francesco Monaco (Università Avogadro del Piemonte Orientale – Novara)

cervelloNeuroscienze. Nuovi studi cercano di capire quando la corteccia cerebrale si spegne davvero. La risonanzamagnetica funzionale apre la strada per diagnosi più sicure e a prova di etica.

Il titolo del famoso film di George A. Romero «La notte dei morti viventi» ben si adegua alla rappresentazione fantastica dello scenario, ahimè invece assolutamente realistico, della folta schiera di innumerevoli pazienti,

in aumento costante grazie ai progressi della medicina rianimatoria, affetti da malattie devastanti del sistema nervoso che coinvolgono o la coscienza o il controllo dei movimenti – o entrambe queste funzioni del cervello in maniera irreversibile – senza tuttavia provocare la morte effettiva, cioè la cessazione completa di tutte le funzioni vitali. Gli esempi di questi casi vanno, per il primo gruppo, dai pazienti affetti dalla malattia di Alzheimer (con grave decadimento mentale) sino allo stato vegetativo persistente e coma irreversibile; per il secondo, dalla sclerosi laterale amiotrofica (SLA) a sindromi simili come quella detta «locked in» (letteralmente da inlucchettamento), ovvero malattie in cui l’individuo è completamente paralizzato ai 4 arti (tetraplegico), mantenendo tuttavia la coscienza pressoché perfettamente integra. Un sottogruppo della prima popolazione è inoltre costituito da bambini con gravi lesioni cerebrali congenite o acquisite. Tutti questi pazienti rappresentano oggi i «testimonial» più estremi e, va detto, coraggiosi della frontiera bioetica, poiché loro stessi (nel caso della SLA o simili) o i loro familiari o tutori, nei casi di pazienti cognitivamente impediti o comunque inabilitati, interpellano noi tutti, e non solo la classe medica, quotidianamente e sempre più spesso su questioni fondamentali dell’esistenza, come quelle del senso della vita e della morte, incluso il dilemma dell’eutanasia (vedi i casi Welby, Englaro e molti altri). Le neuroscienze sono quindi in primo piano e sotto i riflettori del mondo mediatico. Ci potranno aiutare a decidere se un paziente è vivo o morto in maniera definitiva? Oggi la morte cerebrale viene stabilita giustamente con l’impiego dell’elettroencefalografia, ovvero una metodica neurofisiologica, ma le «onde» cerebrali, pur modificandosi, non scompaiono del tutto in nessuno dei casi descritti e sono addirittura normali nelle patologie del solo movimento (come l’SLA). Un’alternativa è senz’altro rappresentata dalla risonanza magnetica funzionale (fMRI), ovvero dalla tecnica derivata dalla risonanza magnetica classica che permette di valutare l’attivazione metabolica delle aree cerebrali mentre si compiono atti mentali. Come si può intravedere, la metodica è innovativa e per certi versi rivoluzionaria, perché ci consentirà di avvicinarci alla conoscenza dei meccanismi più intimi del cervello, tra i quali, in ultima istanza, quelli della coscienza e, perché no, dell’anima (due termini che per un neurobiologo sono sinonimi). Studi pionieristici del gruppo di Steven Laureys del «Cyclotron Research Center» di Liegi hanno, tra l’altro, dimostrato che alcuni soggetti in stato vegetativo persistente non sono del tutto privi di coscienza. Ciò naturalmente complica le cose, perché da un lato non è detto che avere certe zone del cervello deputate alle emozioni (come l’amigdala) ingrandite oppure il metabolismo o il flusso cerebrale aumentato o diminuito in una determinata area voglia «sic et simpliciter », cioè automaticamente, dire che quella mente pensa più o meno bene o prova sentimenti più o meno buoni. Bisogna stare molto attenti alle derive pseudotecnologiche. Negli Usa il mondo giuridico sta già iniziando a richiedere l’avallo delle neuroimmagini (cioè la risonanza magnetica) in casi di criminalità, quasi a ravvisare in tale metodica una moderna alternativa alla desueta «macchina della verità». In altri termini, proviamo a vedere come sono e come si attivano certe aree del cervello mentre l’imputato parla del delitto. Lo stesso dicasi per altre situazioni. Judy Illes, direttrice del programma di neuroetica presso lo «Stanford Center for Biomedical Ethics», racconta di aver osservato, durante una coda per i controlli in aeroporto, due persone che commentavano: «Adesso ci scansionano il cervello!». Sono da ricordare anche le fondamentali ricerche neurofisiologiche del gruppo di Giacomo Rizzolatti dell’Università di Parma che hanno portato alla scoperta dei «neuroni specchio » nel cervello, dotati della sorprendente proprietà di attivarsi sia quando compiamo una data azione sia quando vediamo che altri la fanno (concetto di apprendimento per imitazione). Questa non è stata solo un’originale esplorazione dei meccanismi nervosi che sono alla base di molti dei nostri comportamenti individuali e sociali, ma un’innovativa indagine sull’evoluzione dell’intelligenza e delle emozioni (concetto di empatia), del pensiero e del linguaggio. Quattrocento anni dopo che Cartesio ci ha «condannato » a pensare in maniera dualistica (da una parte la mente e dall’altra il corpo), forse e finalmente, oggi, grazie proprio ai progressi delle neuroscienze, anche nei loro aspetti problematici, riusciamo ad avvicinarci, con più libertà e senza remore ideologiche, alla conoscenza dei processi più basilari di funzionamento del sistema nervoso. In effetti si sta avverando la profezia del grande neuroanatomico spagnolo Santiago Ramon y Cajal (premio Nobel 1906), il quale, studiando al microscopio, come un entomologo, nel «giardino fiorito » della sostanza grigia cerebrale i neuroni, che egli definiva splendide «farfalle dell’anima », si augurava che il loro battito d’ala avrebbe potuto, un domani, svelare, chissà?, i misteri della mente.