PADOVA – Accompagnare alla "dolce morte" Eluana Englaro in una struttura sanitaria del Veneto. Pubblica o privata, non fa differenza. Questo il forte appello lanciato ieri al governatore Giancarlo Galan da Padova, proprio alla vigilia del diciassettesimo anniversario dell’incidente stradale che, il 18 gennaio del 1992, ridusse la giovane in coma irreversibile. Il fermo richiamo al presidente della Regione porta, per ora, la firma di cinque persone. In primis quella di Gabriella Gazzea Vesce, moglie dell’ex leader di Potere operaio e parlamentare radicale Emilio, morto nelmaggio del 2001 dopo essere stato per oltre sei mesi in completo stato vegetativo in seguito ad un infarto che l’aveva colto di fronte alla tivù nel novembre del 2000. Poi quelle di due medici: Giuseppe Greco, presidente provinciale della Fimmg (Federazione italiana dei medici di famiglia) e consigliere dell’Ordine dei medici di Padova; e Aurelio D’Agostino, responsabile della Fimmg per l’Usl 16 ed esperto di bioetica e cure di "fine vita". E, ancora, quelle di Alessandro Zan, presidente regionale di Arcigay e consigliere di Sinistra laica in Comune a Padova, e del magistrato Giovanni Palombarini, sostituto procuratore generale della Corte di Cassazione. Dell’istanza presentata ieri nella città di Sant’Antonio sarebbe già a conoscenza anche il battagliero papà di Eluana, Beppino Englaro. Il quale, dopo le porte sbattute in faccia da Lombardia, Toscana e Friuli- Venezia Giulia, avrebbe accolto con grande favore la «sponda» veneta.
L’appello
"Nelle varie strutture sanitarie della nostra regione — spiega emozionata la signora Vesce — esistono almeno un centinaio di posti-letto riservati ai malati terminali e a quelli nelle condizioni di Eluana. Si tratta di luoghi in cui sarebbe tranquillamente possibile esaudire le ultime volontà di questa povera ragazza, guidandola pian piano verso la dolce morte. Proprio per questo vorremmo che il presidente Galan si dicesse disponibile ad accogliere Eluana in un ospedale o in una clinica privata del Veneto, magari proprio di Padova. Penso, ad esempio, alla Casa di cura di Abano Terme o alla stessa Azienda ospedaliera. Se il governatore si muovesse nella direzione che speriamo dimostrerebbe, ancora una volta, la sua intelligenza e il suo forte senso di laicità". "Bisogna rendersi conto—aggiunge il dottor D’Agostino — che l’idratazione e l’alimentazione forzate sono terapie mediche a tutti gli effetti: e come tutte le terapie, prima di essere applicate, devono essere accettate favorevolmente dal paziente. Altrimenti ci si scontra con l’articolo 32 del Codice deontologico dei medici che recita: il medico non deve intraprendere attività terapeutica senza l’acquisizione del consenso informato del paziente. Purtroppo, invece, nel caso di Eluana sta succedendo l’esatto contrario, senza che lei abbia alcuna percezione della fame o della sete, del piacere o del dolore". Nel pomeriggio di ieri, intanto, Zan ha lanciato una raccolta di firme da inviare a Galan sia sul proprio sito internet (www.alessandrozan.it) che su Facebook.
Le reazioni
Il richiamo al governatore suscita forti perplessità tra i vertici sanitari padovani. "Tengo per me qualsiasi giudizio personale sul caso di Eluana — replica il direttore generale dell’Usl 16 Fortunato Rao—le nostre strutture dipendono dalla Regione. E, quindi, sarà la Regione a dirci cosa dobbiamo fare. Certo è che, se anche Galan dovesse rispondere positivamente all’appello, entrerebbero poi in gioco i problemi di coscienza dei singolimedici e della singola struttura, che si assumerebbe una responsabilità non da poco, vista la grande attenzione che si è creata sulla vicenda". Categorico il direttore generale dell’Azienda ospedaliera Adriano Cestrone: "Interventi di questo tipo non rientrano assolutamente tra i compiti di un ospedale. Le funzioni che assorbiamo sono già tantissime e non abbiamo bisogno di altre".
Il "caso" Vesce
Il coma, la terapia e l’inchiesta
PADOVA – Per Gabriella Gazzea Vesce, assistere alla triste storia di Eluana Englaro è un po’ come tornare indietro nel tempo. A quei sei mesi terribili tra l’inverno del 2000 e la primavera del 2001. Quando suomarito Emilio, ex leader di Potere operaio e parlamentare radicale, venne colto da infartomentre stava guardando la tivù e ridotto, poche ore dopo, in completo stato vegetativo. In coma irreversibile. Tenuto in vita soltanto da un sondino. «Accanimento terapeutico», secondo Gabriella e il leader dei radicaliMarco Pannella, protagonista di una dura battaglia affinché fosse resa possibile l’eutanasia. Dopo oltre 150 giorni, Vesce morì nel sonno l’11maggio 2001. Nelle settimane seguenti, la vedova denunciò imedici dell’ospedale. La procura di Padova aprì un fascicolo, fu fatta una consulenza. Il pm incaricato chiese l’archiviazione, il gip Giuliana Galasso accolse la richiesta.
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