ROMA. Anche Francesco D’Agostino, giurista e presidente emerito del Comitato nazionale di Bioetica, boccia il testamento biologico. Le ragioni sono quelle che animano la maggior parte del mondo cattolico: il fatto che possa essere il primo passo verso l’introduzione dell’eutanasia. Questo però, ci tiene a precisare D’Agostino, non significa che in Italia non sia bisogno di regolamentare le cosiddette
questioni di "fine vita".
Anche perché – sostiene il professore di Filosofia del Diritto all’Università di Roma Tor Vergata – le statistiche mostrano un aumento notevole del numero di persone non più in grado di intendere e di volere. Con la conseguenza di una necessità di occuparsi di tutta una serie di problematiche connesse a questo tema: donazioni di organi, nomina di un "fiduciario" che possa interloquire con il medico curante, disposizioni riguardanti le esequie.
La conclusione di D’Agostino è quindi che sia giusto che i medici si confrontino con le dichiarazioni redatte anticipatamente dal malato. «A patto che esse non siano vincolanti e contengano richieste che non vadano al di là di quanto legittimamente un malato competente potrebbe richiedere e ottenere dal proprio medico curante».
Infine il professore affronta un nodo a suo avviso cruciale: quello del potenziamento delle strutture deputate ad assistere i pazienti in condizione di malattia inguaribile e di grave disabilità. E lancia un’ipotesi di soluzione: «Queste strutture hanno bisogno di più fondi. Perché non li recuperiamo sottraendoli a quegli ambiti della medicina che non hanno valenza propriamente terapeutica come la medicina estetica e quella sportiva?
Professore, le dimissioni del professor Adriano Pessina da "Scienza e Vita" hanno rivelato le divisioni del mondo cattolico sul testamento biologico. Come giudica questa vicenda?
Non ho elementi per valutare le dimissioni di Pessina, se non quelli che lui stesso ha reso pubblici: il confronto interno a" Scienza e Vita -in specie in merito alle questioni di"fine vita"- sarebbe divenuto insoddisfacente e inadeguato. In realtà, ciò che non è sufficientemente adeguata è la stessa concettualizzazione del "testamento biologico", che viene caoticamente presentato e interpretato in modi arbitrariamente diversificati: a volte è inteso come una raccolta di mere, anche se rilevanti, dichiarazioni anticipate di trattamento sanitario, a volte come un insieme di vere e proprie direttive, rivolte ai medici curanti, perché pratichino l’eutanasia passiva (e per alcuni anche attiva) a carico di chi lo richiede.
Quindi, vista la confusione, ci sarebbe bisogno di una regolamentazione di tipo normativo?
A mio avviso è indubbio che per molti dei suoi fautori introdurre in Italia il testamento biologico equivalga a compiere un primo passo verso la legalizzazione dell’eutanasia. Ma è anche fuor di dubbio che esistono motivi non banali che giustificano questo istituto: aumentano vertiginosamente i casi di pazienti che perdono definitivamente la capacità di intendere e di volere e che non hanno appoggi familiari di alcun tipo; per alcuni di costoro redigere dichiarazioni anticipate di trattamento, nominare un "fiduciario" che possa interloquire legittimamente con i medici curanti, lasciare indicazioni giuridicamente valide su possibili alternative terapeutiche, su eventuali donazioni dei propri organi, sulle modalità delle esequie possiede indubbiamente un valore rilevante. Anche per i medici può essere importante il confronto con le dichiarazioni redatte anticipatamente dal malato. L’essenziale è che queste dichiarazioni (che non potranno mai essere comunque vincolanti per i medici) contengano richieste che non vadano al di là di quanto legittimamente un malato competente potrebbe richiedere e ottenere dal proprio medico curante.
L’onorevole Paola Binetti ha presentato una proposta di legge su questo tema. È d’accordo su una regolamentazione giuridica di questa materia?
Non sono stato portato a conoscenza né comunque conosco il testo presentato dall’onorevole Binetti.
Parlando del concetto di alleanza terapeutica, a suo avviso quale sarebbe il giusto rapporto che si dovrebbe instaurare tra il medico ed il paziente?
Alleanza terapeutica significa in prima battuta che nel rapporto medico-paziente è da vedere un comune impegno a difesa del bene primario della vita e della salute. In seconda battuta, alleanza terapeutica significa che il malato – nei limiti però in cui sia in grado di assumere questo ruolo, cosa peraltro non frequente – deve essere considerato dal medico un protagonista e non un semplice utente delle pratiche terapeutiche cui dovrebbe essere sottoposto.
Uno dei più grandi timori del mondo cattolico è l’abbandono terapeutico? È un timore eccessivo?
Premesso che questo timore dovrebbe essere condiviso da tutti, cattolici e non cattolici, ritengo che comunque sia indispensabile potenziare la formazione etica e bioetica della classe medica e sanitaria: in breve consolidare lo spirito autentico, cioè ippocratico, della medicina.
Infine, il problema di introdurre strutture ed assistenze adeguate sia ai malati che ai loro familiari. A suo avviso gli hospice sono strutture adeguate? In che modo potrebbero essere potenziati?
Gli hospice non solo potrebbero, ma dovrebbero essere potenziati. Poiché sono molto costosi, la questione diviene chiaramente solo di risorse finanziarie. E poiché queste sono inevitabilmente limitate, l’unico modo per risolvere il problema del potenziamento degli hospice è attivare una grande pedagogia sanitaria di massa, che convinca i cittadini che ogni imposta prelevata per la sanità è prelevata davvero per il bene di tutti. E poiché infine i problemi di fine vita concernono ovviamente tutti gli esseri umani, è indispensabile sottrarre risorse a quegli ambiti della medicina che non hanno valenza propriamente terapeutica (ad es. la medicina estetica o quella sportiva) per potenziare la medicina palliativa e i trattamenti di fine vita.