«Dateci la libertà di scegliere come morire»

Il Secolo XIX
di Silvia Neonato

Marina Garaventa vuole vivere ma chiede  il testamento biologico. Caso Eluana, Henriquet dice: «No all’accanimento» 

«Vilmente solo oggi, caro Ravasin, ho visto il video nel quale esprimi le tue volontà circa le cure alle quali non vuoi essere sottoposto. La mia codardia non dipende certo dalla paura di affrontare quest’argomento ma, piuttosto, avevo il timore di soffrire troppo per te. Anch’io ho fatto dei tentativi per parlare nonostante la tracheotomia (..). Io ho desistito quasi subito perché riuscivo a dire solo qualche parola, poco comprensibile». Così inizia la lettera aperta che la genovese Marina Garaventa invia a Paolo Ravasin, 48 anni, malato di Sla (sclerosi laterale amiotrofica) che di recente ha girato un video in cui esprime le sue volontà ora che è ancora in possesso delle proprie facoltà su eventuali trattamenti medici quando non sarà più in grado di bere e mangiare con la sua bocca: «Oppongo il mio rifiuto a ogni forma artificiale di alimentazione e idratazione – dice Ravasin – e spero che il mio caso stimoli i politici a legiferare sul tema di chiunque di accettare le cure mediche». 

Anche Marina Garaventa, genovese, da anni vive collegata ad un respiratore. Eppure, come ha scritto di recente nel libro "La vera storia della principessa sul pisello", lotta per vivere e contemporaneamente si batte perché i malati siano assolutamente liberi di decidere di se stessi. Ora Marina scrive a Ravasin: «Sei stato eroico, calmissimo e assolutamente chiaro. Davanti ad un microfono e ad  una videocamera hai scandito, con fatica ma con fermezza, le parole formali, i termini legali e i nomi opportuni per rendere palese una volontà dolorosa ma sicuramente meditata e sofferta che, in uno Stato civile e partecipe, dovrebbe poter essere espressa nella più segreta intimità e non sbandierata ai quattro venti come lo spot pubblicitario di una merendina. Proprio qui sta lo "scandalo" di vivere in un paese che obbliga un cittadino, che voglia affermare una sua intima e tragica volontà, a doversi mettere "in piazza"». 

Garaventa aveva già solidarizzato con Welby sulla necessità di arrivare anche in Italia al testamento biologico. Lo ribadisce a Ravasin. «Un atto così difficile e doloroso si dovrebbe compiere nel chiuso della propria stanza, testimoniato dal proprio medico, da amici e parenti e da una legge equa che, pur nella freddezza che gli atti legali devono avere, permettesse ad ognuno di conservare la propria intimità (..) e la propria dignità di essere umano. Dopo averti visto, era venuta anche a me l’idea di esprimere le mie volontà in questo modo ma, immediatamente, ho mutato parere e ho deciso di scriverti e di rendere pubblica questa lettera per continuare la battaglia di libertà, che accomuna tante persone. Ogni lotta ha i suoi eroi che pagano con grande sofferenza: Welby e sua moglie Mina, Giovanni Nuvoli, Eluana e la sua famiglia. Tu hai pagato il tuo tributo ad uno Stato, fino ad ora indifferente e codardo, io vorrei che mi fosse risparmiato». 

Franco Henriquet, medico, responsabile per il Centro genovese Gigi Ghirotti per le cure palliative a malati di cancro, Aids e Sia, dice che  Eluana, come Ravasin, potrebbero trovare un hospice (ce sono 206 in Italia), in cui malati terminali non subiscono accanimenti terapeutici come da loro precisa volontà. «Se non ci fosse stato questo clamore, si sarebbe risolto con il buon senso e la condivisione tra medici e familiari, come succede già in tanti casi. Ma mi pare evidente che sia il padre di Eluana sia Ravasin vogliono sollevare un caso per sollecitare una legge che consenta la libertà di non vivere contro la propria volontà. Trovo dunque scorretto da parte dei cattolici esaltare e magnificare chi in condizioni di gravi handicap vuole comunque vivere: d’accordo, certo, lo si aiuta, è una scelta più che legittima, ma quanto quella di chi non vuole più vivere. Ma ormai è diventata una diatriba tra laici e cattolici e non si affrontano i problemi dei malati». 

Beppino Englaro potrebbe portare a casa la figlia e sospendere le cure. Sì, conferma Henriquet, ma la legge ci vuole. «Permetterebbe di mettere al riparo i medici, che oggi possono essere incriminati per omissione di soccorso. E aiuterebbe anche i parenti, che si assumono responsabilità dolorose e per di più contro la legge. Si deve arrivare a una scelta condivisa, altrimenti la gente pensa all’eutanasia e giustamente si spaventa».  Ma togliere idratazione e ventilazione a un malato non è eutanasia? «No, eutanasia è quando il medico provoca la morte. In questi casi come in altri invece il medico rispetta la tua volontà. Purtroppo si può perdere coscienza e se non hai più qualcuno che fa rispettare la tua volontà, occorre un testamento biologico scritto prima».

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