di Benedetto Ippolito
La questione della vita, della sua origine e del suo significato, è veramente la sfida culturale più importante che l’uomo deve affrontare in questo nostro tempo. Da alcuni decenni, infatti, il progredire delle capacità tecnico-scientifiche ha sollecitato esplicitamente una considerazione nuova e radicale su cosa significhi realmente essere in vita per una persona. Da qui il sorgere della domanda etica fondamentale relativa al livello di vita che possiamo considerare autenticamente umano.
Quasi sempre la risposta a tale questione riguarda casi concreti, come i familiari di persone che una malattia o un incidente hanno ridotto a condizioni di vita particolarmente infelici. Il problema diventa lacerante nel caso di malattie permanenti, come quello di Eluana Englaro. Recentemente, poi, abbiamo assistito anche a casi in cui i malati stessi, ormai consapevoli del destino ineluttabile che li attende, hanno deciso di pronunciarsi contro un prolungamento inutile della propria agonia. Due anni fa Piergiorgio Welby, malato di una forma gravissima di distrofia, si rivolse esplicitamente al presidente Napolitano, chiedendo per sé una sorta di eutanasia, di morte anticipata. Ieri, Paolo Ravasin, malato di sclerosi laterale, ha compiuto lo stesso gesto. Dopo che il medico anestesista Mario Riccio è intervenuto in aiuto di Welby e in favore della sua morte preventiva, e dopo che la Corte di appello di Milano si è espressa autorizzando l’interruzione dell’alimentazione di Eluana, è chiaro che diviene impellente una considerazione etica generale su questa materia. Tale riflessione filosofica è indispensabile, perché comunque il Parlamento, prima o poi, sarà chiamato a legiferare in qualche direzione.
L’opzione in favore del testamento biologico è molto sentita dalla gente. In effetti, si sente dire sempre più spesso: «Io non accetterei mai di vivere in quelle condizioni»; oppure: «Se dovessi vivere in quel modo, preferirei morire». Un buon modo per affrontare il problema è considerare, però, la vita nella sua normalità, cercando di spiegare dopo le situazioni patologiche.
Ogni persona umana non nasce già perfetta e formata. L’evoluzione della vita inizia in modo quasi inspiegabile a livello embrionale per evolversi progressivamente dentro il corpo della madre, giungendo alla nascita vera e propria di una persona. In seguito, la crescita e l’esperienza individuale portano il singolo nella fase adulta, in cui – almeno di solito – ognuno raggiunge la pienezza della propria coscienza, libertà e capacità riproduttiva. Il declino psicofisico, pur procedendo all’inverso, si muove dentro un processo di corruzione che è regolato secondo natura come quello della generazione.
Oggi conosciamo molte delle cause che regolano queste dinamiche, grazie ai progressi della genetica. Per questo siamo in grado di soccorrere e conservare la vita molto più a lungo rispetto al passato. Il presupposto, però, di tutto questo lavoro di ricerca rimane sempre qualcosa di già dato e concesso, cioè l’esistenza della vita umana, che dobbiamo gestire coscientemente e liberamente. Così, alla fine, nei casi veramente difficili, ci troviamo sempre davanti ad una sola alternativa. O la vita umana è quella che è e va presa così com’è e così come si dà; oppure dipende da noi stabilire quando siamo all’interno di una vita autenticamente umana e quando, invece, non lo siamo ancora o non lo siamo più.
Ritenere, però, che la vita di una persona sia umana soltanto se corrisponde a determinati parametri (autonomia, coscienza, grado di sviluppo, ecc.), significa ammettere che non tutto ciò che una persona è sia necessariamente qualcosa di umano. Se, ad esempio, io posso nutrirmi e sono cosciente, allora sono un uomo. Altrimenti no. Altrimenti, non essendo veramente umano, sono autorizzato a smettere di vivere. Ma è veramente proponibile un’impostazione etica come questa? Una persona, infatti, non cessa di essere umana perché non ha più o non ha ancora sviluppato determinate capacità, rimanendo sempre in possesso, finché è in vita, di caratteristiche genetiche essenziali che sono proprie del genere al quale appartiene. Come insegnava Tommaso d’Aquino, l’incapacità di vedere non è la stessa per una pietra o per un uomo. Soltanto nel secondo caso, soltanto nel caso umano, si tratta di un «non vedente», cioè di un soggetto che, pur avendo la capacità di vedere per natura, non può farlo a causa della lesione di un organo. Allo stesso modo, se si paragona la vita vegetativa di un uomo alla vita vegetativa di una pianta, benché le attività siano le stesse, non si può realmente pensare che sia la stessa cosa. Nel primo caso, infatti, si ha a che tare con una persona umana anche se imperfetta. La sua dignità non dipende per nulla dalla mancanza di coscienza e di autonomia, ma dalla sua appartenenza al genere umano. Nel caso di una pianta, invece, l’attività vegetativa esaurisce la perfezione completa della sua natura.
La dignità di una persona umana, dunque, non è dipendente né dal giudizio e dalla volontà degli altri, né tanto meno dalla propria coscienza e libertà. Quello che accade semmai è che ciascuno necessita degli altri per poter vivere, cosa che accade non soltanto a un malato e a un anziano, ma a tutti. Pensare di far dipendere la dignità di una persona dal suo grado di sviluppo, di autonomia e di salute è almeno tanto assurdo quanto pensare che un omicidio compiuto su una persona svenuta abbia delle attenuanti generiche dovute alla mancanza di coscienza della vittima. Una visione della vita umana che sia fondata sul reale riconoscimento universale dei diritti implica, invece, sia l’affermazione dell’intangibile indisponibilità di ogni esistenza personale, al cui servizio tutta la scienza è finalizzata, sia il divieto che la dignità di ogni persona riguardi il grado di espressione delle capacità possedute. Purtroppo, in casi come questi non si danno né sconti, né eccezioni, né testamenti biologici.
Quasi sempre la risposta a tale questione riguarda casi concreti, come i familiari di persone che una malattia o un incidente hanno ridotto a condizioni di vita particolarmente infelici. Il problema diventa lacerante nel caso di malattie permanenti, come quello di Eluana Englaro. Recentemente, poi, abbiamo assistito anche a casi in cui i malati stessi, ormai consapevoli del destino ineluttabile che li attende, hanno deciso di pronunciarsi contro un prolungamento inutile della propria agonia. Due anni fa Piergiorgio Welby, malato di una forma gravissima di distrofia, si rivolse esplicitamente al presidente Napolitano, chiedendo per sé una sorta di eutanasia, di morte anticipata. Ieri, Paolo Ravasin, malato di sclerosi laterale, ha compiuto lo stesso gesto. Dopo che il medico anestesista Mario Riccio è intervenuto in aiuto di Welby e in favore della sua morte preventiva, e dopo che la Corte di appello di Milano si è espressa autorizzando l’interruzione dell’alimentazione di Eluana, è chiaro che diviene impellente una considerazione etica generale su questa materia. Tale riflessione filosofica è indispensabile, perché comunque il Parlamento, prima o poi, sarà chiamato a legiferare in qualche direzione.
L’opzione in favore del testamento biologico è molto sentita dalla gente. In effetti, si sente dire sempre più spesso: «Io non accetterei mai di vivere in quelle condizioni»; oppure: «Se dovessi vivere in quel modo, preferirei morire». Un buon modo per affrontare il problema è considerare, però, la vita nella sua normalità, cercando di spiegare dopo le situazioni patologiche.
Ogni persona umana non nasce già perfetta e formata. L’evoluzione della vita inizia in modo quasi inspiegabile a livello embrionale per evolversi progressivamente dentro il corpo della madre, giungendo alla nascita vera e propria di una persona. In seguito, la crescita e l’esperienza individuale portano il singolo nella fase adulta, in cui – almeno di solito – ognuno raggiunge la pienezza della propria coscienza, libertà e capacità riproduttiva. Il declino psicofisico, pur procedendo all’inverso, si muove dentro un processo di corruzione che è regolato secondo natura come quello della generazione.
Oggi conosciamo molte delle cause che regolano queste dinamiche, grazie ai progressi della genetica. Per questo siamo in grado di soccorrere e conservare la vita molto più a lungo rispetto al passato. Il presupposto, però, di tutto questo lavoro di ricerca rimane sempre qualcosa di già dato e concesso, cioè l’esistenza della vita umana, che dobbiamo gestire coscientemente e liberamente. Così, alla fine, nei casi veramente difficili, ci troviamo sempre davanti ad una sola alternativa. O la vita umana è quella che è e va presa così com’è e così come si dà; oppure dipende da noi stabilire quando siamo all’interno di una vita autenticamente umana e quando, invece, non lo siamo ancora o non lo siamo più.
Ritenere, però, che la vita di una persona sia umana soltanto se corrisponde a determinati parametri (autonomia, coscienza, grado di sviluppo, ecc.), significa ammettere che non tutto ciò che una persona è sia necessariamente qualcosa di umano. Se, ad esempio, io posso nutrirmi e sono cosciente, allora sono un uomo. Altrimenti no. Altrimenti, non essendo veramente umano, sono autorizzato a smettere di vivere. Ma è veramente proponibile un’impostazione etica come questa? Una persona, infatti, non cessa di essere umana perché non ha più o non ha ancora sviluppato determinate capacità, rimanendo sempre in possesso, finché è in vita, di caratteristiche genetiche essenziali che sono proprie del genere al quale appartiene. Come insegnava Tommaso d’Aquino, l’incapacità di vedere non è la stessa per una pietra o per un uomo. Soltanto nel secondo caso, soltanto nel caso umano, si tratta di un «non vedente», cioè di un soggetto che, pur avendo la capacità di vedere per natura, non può farlo a causa della lesione di un organo. Allo stesso modo, se si paragona la vita vegetativa di un uomo alla vita vegetativa di una pianta, benché le attività siano le stesse, non si può realmente pensare che sia la stessa cosa. Nel primo caso, infatti, si ha a che tare con una persona umana anche se imperfetta. La sua dignità non dipende per nulla dalla mancanza di coscienza e di autonomia, ma dalla sua appartenenza al genere umano. Nel caso di una pianta, invece, l’attività vegetativa esaurisce la perfezione completa della sua natura.
La dignità di una persona umana, dunque, non è dipendente né dal giudizio e dalla volontà degli altri, né tanto meno dalla propria coscienza e libertà. Quello che accade semmai è che ciascuno necessita degli altri per poter vivere, cosa che accade non soltanto a un malato e a un anziano, ma a tutti. Pensare di far dipendere la dignità di una persona dal suo grado di sviluppo, di autonomia e di salute è almeno tanto assurdo quanto pensare che un omicidio compiuto su una persona svenuta abbia delle attenuanti generiche dovute alla mancanza di coscienza della vittima. Una visione della vita umana che sia fondata sul reale riconoscimento universale dei diritti implica, invece, sia l’affermazione dell’intangibile indisponibilità di ogni esistenza personale, al cui servizio tutta la scienza è finalizzata, sia il divieto che la dignità di ogni persona riguardi il grado di espressione delle capacità possedute. Purtroppo, in casi come questi non si danno né sconti, né eccezioni, né testamenti biologici.