La clinica milanese degli orrori, la «Santa Rita», colpisce ben più e ben oltre che alcune esistenze private: esplode col fragore di una truffa ai danni della nostra collettiva aspettativa di vita e di un attentato a una concezione della vita.
Così come tutte le notizie di malasanità indeboliscono la fiducia di tutti noi a proposito di questioni come vita e salute. Questioni che, esclusi i comportamenti criminali di singoli operatori sanitari, sono eminentemente politiche, poiché lo Stato deve tutelare la salute dei cittadini in tutte le fasi della loro vita.
Se per esempio la popolazione invecchia, questo è un problema pubblico. Infatti quando la popolazione invecchia le spese sanitarie salgono, e spesso bisogna decidere quand’è che il costo da sostenere per sopravvivere non è più sostenibile. Il che significa che alcune categorie di cittadini potrebbero restare escluse dall’offerta di servizi pubblici.
Sono i cittadini più deboli e meno autosufficienti, i lungodegenti, i malati cronici, i disabili e i portatori di handicap che non godono di un portafoglio imbottito né di un appoggio familiare. E purtroppo sono categorie in crescita. Perciò una politica lungimirante non può ignorare che negare l’assistenza ai lungodegenti, impedire che i malati non autonomi vengano curati come hanno bisogno, equivale a condannarli, equivale cioè a una forma di eutanasia sociale.
Stando all’ultimo censimento, quello del 2000, la realtà epidemiologica italiana ci rivela che problemi di disabilità, da lieve a severa, affliggono il 46 per cento della fascia di età 65-69 anni, il 51 per cento fra i 70 e i 74, il 50 per cento fra i 75 e i 79, il 67 per cento fra gli 80 e gli 84 e più dell’80 per cento sopra gli 85 anni. Se è vero, inoltre, che l’aspettativa di vita oggi sale verso il secolo d’età, come arriverà ai 100 anni chi ci arriva? E posto che in generale la spesa per la sanità e la cronicità è costituita da una prevalente quota pubblica e da una privata, a questo punto si pone una decisiva questione di politica sanitaria: la non autosufficienza o la disabilità sono rischi privati? Dalla risposta a questa domanda dipende una netta scelta di campo politica.
Se i disagi connessi all’invecchiamento vengono ritenuti questioni cui provvedere privatamente, andranno deputati a formule assicurative. Se invece se ne fa carico la fiscalità pubblica va considerato prioritario reperire e amministrare i fondi necessari.
Più in dettaglio, da simili opzioni, dipende l’atteggiamento che le autorità assumeranno di fronte a trattamenti di malattia avanzata in fase terminale. È qui che nasce il problema dell’«eutanasia sociale»: dal paradosso di una civiltà evoluta che può protrarre l’esistenza di tutti, ma che non ne garantisce la possibilità concreta per tutti per l’eccessivo costo economico. Vivrà a lungo e bene solo chi potrà permetterselo.
Ma poiché questa realtà è moralmente inaccettabile l’altra domanda allora è se esista una risposta «sostenibile». Se si considera la struttura sanitaria con una logica basata sul profitto è inevitabile che si raggiungano limiti inaccettabili. Se invece i «limiti» si misurano in vite umane subentra la logica dell’organizzazione flessibile in cui gli obiettivi sono massimizzare il proprio compito istituzionale e sopravvivere.
Una organizzazione che prevede l’assistenza al malato nella sua integralità fino al termine della vita, somministrando caso per caso, gli interventi appropriati, scoraggiando magari trattamenti eroici o futili.
Il rischio di una sanità che curi solo i più ricchi
di Mary Sellani
