Il “forcing” della Chiesa e i politici subordinati

di Elisa Borghi
      “Mai come ora si è visto un proliferare  di attenzione verso sentimenti o valori ispirati o attribuiti alla chiesa cattolica" scriveva Dario Rivolta sul nostro giornale martedì. Il deputato azzurro si riferiva al sorgere di una serie di correnti politiche e di pensiero, dai teodem ai teo-con agli atei-devoti, che si sono inseriti con prepotenza nel dibattito culturale del Paese, cercando di influenzarne la le­gislazione con istanze che si rifanno ai valori cattolici. La discussione di temi eticamente sensibili, dall’aborto all’eutanasia, oggi sembra dover tener conto, o per lo meno ascoltare molto attentamente, quanto dice il Vaticano. Ne parliamo con Benedetto della Vedova, deputato di Forza Italia. Ritiene che in questo periodo storico le ingerenze della Chiesa Cattolica nel­la vita politica e sociale dello Stato ita­liano siano particolarmente marcate? lo credo che la Chiesa oggi stia facendo quello che per molti aspetti ha sempre fatto, cioè incalza i politici, cattolici e non solo, rispetto alle istanze che più stanno a cuore alle gerarchie ecclesiastiche. In questa fase è in atto un "forcing", si fanno delle pres­sioni, quello che bisogna valutare è come i po­litici si pongono di fronte a questo "forcing", se in modo dialettico, o se in modo intellettual­mente e politicamente subordinato alla Chie­sa. Nell’essere subordinati sta quello che io giudico uno sbaglio. I politici liberali non dovrebbero cadere nell’errore di demonizzare le posizioni espresse della Chiesa. Ci sono tut­ti gli elementi per entrare nel merito delle va­rie questioni e dare risposte diverse. Un esempio legato all’attualità? Sulla questione dell’aborto, dell’aborto, i legi­slatori devono dire sì o no alla normativa che ha legalizzato l’interruzione volontaria di gra­vidanza. All’interno di questa poi si può intervenire, si possono fare delle modifiche, lo non considero la legge 194 un tabù. Se ne può di­scutere come di qualsiasi altra legge. Il punto, al di là delle convinzioni di fondo di ciascuno, è se una normativa che rende legale l’aborto vada mantenuta oppure no. È questo l’interro­gativo che i politici devono porsi. Purtroppo molti di loro su questi temi ragionano in termi­ni astratti. Personalmente, sono disposto a riconsiderare la 194 ma se l’obbiettivo di quelli che vogliono discuterne è cancellarla dico no. Penso che ci siano eccellenti ragioni per rite­nere che una legislazione che riconduce il fe­nomeno dell’aborto entro la legalità e ne regolamenta la pratica debba essere mantenuta.   Cosa pensa pensa dell’appello "per la laicità" firmato da 1500 docenti della Sapienza? Non capisco il senso di quell’appello. Bisogna comprendere che certe scelte si fanno giorno per giorno dal punto di vista politico. E’ su quel terreno che si misura la capacità dei poli­tici di mantenere una visione autonoma da quella della chiesa, non cercando di mettere a tacere il Vaticano. Credo inoltre che il centro destra debba caratterizzarsi co­me uno schieramento che si fa forte di una varietà di posizioni sui temi etica­mente sensibili, perché sono convinto che in quell’elettorato siano presenti posizioni diverse sui questi temi.  Aldo Schiavone su Repubblica ieri sosteneva che l’Italia è un paese debole che si affida al Vaticano per colmare le proprie lacune. 

Non credo che la politica italiana sia co­sì debole. In un futuro in cui mi auguro che vinca il centro destra, si dimostrerà che la crisi di questi anni è stata per molte ragioni la crisi del centrosinistra. La politica deve avere la capacità di esprimere il governo del Paese, deve avere la capacità e la forza di proporre dei progetti di governo che non posso­no essere quelli spirituali e religiosi del­la chiesa cattolica. Ma non penso nem­meno che la volontà della Chiesa sia quella di occuparsi del governo dell’Italia.

 Gli integralismi si evitano confinando rigida­mente Chiesa e Stato dentro i propri confini?

Non mi stupisce il protagonismo delle gerarchie ecclesiastiche e non lo reputo una cosa di per se negativa/Nella storia italiana è piut­tosto un fatto. È un elemento di dialettica e di confronto che diventa dannoso solo quando viene assunto come un dato da cui non si può prescindere, allora diventa un problema della politica. Credo che ci siano buone ragioni per fare delle scelte, sul piano normativo, diverse da quelle che promuove il Vaticano. Inoltre an­che all’interno della comunità cristiana ci sono posizioni diverse da quelle espresse dalla chiesa o quantomeno c’è un’idea che alcune posizione della chiesa non debbano diventare leggi dello stato.