A meno che non si pensi che tutto è riconducibile ad un approccio cattolico, per cui qualsiasi torto, qualsiasi infrazione o delitto viene sanato da un’indulgenza, perdonato in una confessione, o che comunque a qualsiasi malefatta, tanto più quando questa proviene da una forza superiore, bisogna soltanto avere l’atteggiamento di chi porge l’altra guancia o di esporre meglio il costato per attendere rapida la lancia che ti trafigge e ti uccide.
è davvero bizzarro pensare che le imposte si devono comunque pagare per non infrangere la legge e per non incorrere nelle sanzioni di chi turba "l’ordine pubblico", anche quando queste fanno riferimento a transazioni per le quali non è ancora stato versato alcun corrispettivo.
Come si può immaginare che un reddito virtuale obblighi comunque il cittadino a corrispondere allo Stato denaro se i soldi di quel reddito teorico non ci sono? E con ciò non si dimentica e anzi si tiene ben a mente il disposto costituzionale, secondo cui "tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche, in ragione della loro capacità contributiva": capacità contributiva che però deve essere effettiva, perché deve essere commisurata ad un reddito realmente esistente e non potenziale. Non può essere in nessun modo giustificato che un’organizzazione pubblica, come l’azienda socio sanitaria fortemente dipendente dalla Regione e dallo Stato per come è strutturato l’ordinamento e per come sono regolati i flussi finanziari, sia considerata non appartenente allo Stato, e le sue transazioni con i cittadini e le aziende, siano ricondotte ad un mero rapporto privatistico.
È evidente che il rapporto non è privatistico giacchè i cittadini creditori delle ASL sono nell’impossibilità di procedere a un recupero del credito in quanto i beni immobili essendo di interesse sociale non sono pignorabili e la liquidità di tesoreria è pignorabile subordinatamente alla disponibilità della corresponsione degli stipendi di competenza del personale e alle somme necessarie all’erogazione dei servizi sanitari come sancito dall’art. 1 D. L. 18.1.1993 N. 9. Inoltre i rapporti con aziende pubbliche sono regolati da leggi speciali come la norma dell’art. 14 L. 28.2.1997, n. 30, la quale stabilisce che se tra privati il pignoramento è esecutivo dopo dieci giorni, con le Aziende Pubbliche il termine slitta a centoventi giorni dalla notifica del titolo esecutivo.
Ciò detto, mi è ben chiaro che lo Stato siamo noi, lo Stato sono i lavoratori, gli impiegati, i dirigenti che nelle sue articolazioni e organizzazioni dovrebbero operare con senso etico e fortemente attenti e responsabili del bene collettivo: ma quando tutto ciò non accade chi risponde? Dopo che un cittadino per anni ha esperito tutte le vie possibili per far valere i propri diritti senza alcuna risposta, dopo che le vie del buon senso, anche quelle giuridiche, non hanno avuto nessun risultato, che cosa si deve fare?
A questa domanda non si può rispondere sbrigativamente e semplicisticamente che lo "Stato non c’entra" e che si tratta di vicenda privatistica. Il buon andamento della amministrazione è principio sancito dalla Costituzione, che spetta allo Stato garantire; il diritto al lavoro è altrettanto diritto non solo sancito dalla Costituzione, ma anche garantito dalla "promozione", da parte dello Stato, delle condizioni che lo rendano effettivo. Il cittadino ha diritto a ricevere il migliore servizio sanitario, che è garantito anche dalla tutela dell’iniziativa economica privata (art. 41 Costituzione), indirizzata ai fini sociali. Ma quale servizio pubblico può essere garantito se le aziende sono costrette a non consegnare i propri prodotti per non rischiare il collasso? Lo Stato c’entra, eccome, perché deve promuovere le condizioni che rendano effettivi tali diritti a garanzia della sostanziale uguaglianza dei cittadini, di tutti i cittadini, di fronte alla legge.
Alle istituzioni, nelle loro diverse espressioni avevo scritto a dicembre che se non ricevevo i miei soldi dalle Asl del Lazio, la mia azienda sarebbe morta. E le istituzioni non mi hanno dato la benché minima risposta, mi hanno ignorato e tanti altri incontri e solleciti che ho avuto anche in questi ultimi giorni a Roma mi hanno prospettato un quadro che mostra delle istituzioni, una pubblica amministrazione, che si va via via dissolvendo quando non è addirittura già dissolta.
Che differenza c’è rispetto alla turbativa dell’ordine pubblico, tra il mio gesto di non pagare le tasse/imposte/contributi su soldi che non ho ricevuto e la responsabilità di quei dirigenti della pubblica amministrazione che mi hanno costretto a questo gesto estremo firmando contratti poi non rispettati, impegnandosi a pagamenti poi non effettuati, sottoscrivendo transazioni poi ignorate? Non sono questi atti irresponsabili altrettanto gravi e pregiudizievoli dell’ordine pubblico? Dove stanno il buon andamento e l’imparzialità dell’amministrazione? Non sono questi atti compiuti dai dirigenti delle Asl, degli assessori, dei ministri che non danno risposte alla base di un dissesto del tessuto sociale e del comune senso civico che portano, se perduranti alla dissoluzione dello Stato stesso?? Ben lontano dal solo pensare, oltre che dall’essere capo di chissà quale rivolta o disobbedienza fiscale (ho sempre pagato le tasse e vorrei continuare a farlo), mi trovo mio malgrado ad essere semplicemente un portatore di verità, a vivere cioè secondo le parole che il Santo Padre avrebbe voluto pronunciare alla Sapienza di Roma " …In modo autoritario la fede mantiene lesta la sensibilità per la verità"; e la mia fede è nella coesione sociale, nella tutela dei diritti dei più deboli, nel rispetto di chi attraverso il proprio impegno ed il proprio lavoro, ha il sacrosanto diritto di ricevere a fine mese il proprio compenso.
Per difendere il salario dei miei dipendenti mi sono posto, mio malgrado al di là di una legge, peraltro poco comprensibile e non declinata secondo il buonsenso. Devo spiegare ai miei dipendenti che non posso pagare loro lo stipendio perché delle norme dello Stato rendono indisponibili ed impignorabili somme destinate a pagare i dipendenti delle USL e perché devo comunque, sugli importi ancora dovuti, pagare le tasse: dove sta la pari dignità sociale del cittadino (art. 3 Costituzione), dove sta il diritto al lavoro (art. 4 Costituzione)?
Voglio ricordare che il mio alto rispetto per lo Stato mi ha fatto essere tra i pochi, forse l’unico, a rinunciare a una pensione di disabile per pormi diversamente dalla parte di chi attraverso lavoro, ha voluto fin da giovanissimo essere annoverato tra i contribuenti. Se qualcuno vuole farmi lezione di legge, di fisco, di altre regole sono qui pronto ad imparare, ma prima mi si dimostri che quelle leggi, quel fisco e quelle regole, oltre che per me valgono anche per gli altri o quanto meno garantiscono la dignità il rispetto delle persone e del loro lavoro.
Se lo Stato mi vuole uccidere, io forse poco cristianamente, non voglio essere tra quelli che porgono l’altra guancia o espongono il costato alla lancia. Io, in questa mia vita che amo molto, voglio lottare finché ho ragione ed energie per il rispetto delle regole e della legge, quella che dev’essere uguale davvero per tutti.