«Vuole sapere come funziona l’inserimento sociale dei disabili in Italia? Male grazie». Pietro Barbieri è presidente della Fish, la Federazione italiana superamento handicap: 34 associazioni nazionali che si prendono cura di epilettici, cerebrolesi, Down, autistici. E di tutti quei figli di un dio minore nascosti fino a pochi anni fa dietro le mura domestiche. Segregati. Per vergogna, ignoranza, cattiveria. Per la paura di vedere in loro lo specchio di noi stessi. «Persone non rassegnate, impegnate a esprimere una speranza attiva realizzando al meglio sé grazie a una splendida rete di solidarietà», ha detto di loro il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano nel messaggio di fine anno. Una popolazione che ancora sfugge ai censimenti ufficiali. L’Istat ne conta 2 milioni 609 mila, il 4,8% della popolazione di 6 anni e più che vive in famiglia (una su dieci ha un disabile in casa). Ma è una stima per difetto. L’Oms calcola che il 10% della popolazione ha disabilità più o meno gravi. Del resto, e la fonte è il sito disabilitaincifre.it patrocinato dal ministero della Solidarietà e dal-l’Istat, nel 2004 i beneficiari di pensioni di invalidità di ogni tipo sono stati oltre 4,8 milioni, per una spesa pubblica di 52,2 milioni di euro.
Impegno internazionale
«Siamo tanti, ma invisibili», si lamentano le associazioni. Malgrado questo sia un anno importante per loro. L’Italia nel marzo scorso ha firmato la Convenzione Onu sui disabili, accolta da Kofi Annan come «la promessa di una nuova era». L’ultimo Consiglio dei ministri del 2007 ha approvato il disegno di legge di ratifica, che ora dovrà seguire l’iter parlamentare. Proprio per questo il ministro Paolo Ferrero comincia domani a Firenze una serie di 21 incontri che lo porteranno in tutta Italia per parlare con Regioni, Province e Comuni, competenti (nell’ordine) di barriere architettoniche, integrazione professionale e assistenza alle persone. «Perché a parole nel mondo politico sono tutti d’accordo – ha detto ieri -. Ma in realtà le cose non funzionano come dovrebbero e anche laddove le leggi sono avanzate non vengono rispettate».
Associazionismo
«L’iniziativa è encomiabile, ma queste cose mi lasciano perplesso. L’integrazione va cambiata con l’inclusione», spiega Pietro Barbieri. «Esistono ancora oggi strutture segreganti che prelevano ingenti risorse statali. Penso a Serra d’Aiello, in Calabria, all’Istituto Vaccari di Roma, al Piccolo Cottolengo di Tortona. Noi vorremmo che i finanziamenti pubblici fossero impiegati per includere, non per escludere. I disabili devono poter stare in mezzo a tutti gli altri. Non si può pensare, per aiutarli, di aggiungere nuove tasse: i cittadini si ribellerebbero».
Diritto al lavoro
La Fand, che è la Federazione delle 5 associazioni storiche di ciechi, invalidi civili e sul lavoro, mutilati per servizio e sordomuti, da anni insiste sull’adeguamento delle pensioni di invalidità ai minimi Inps. Il presidente Giovanni Pagano non si stanca di ricordarlo: «Un disabile grave, con un’invalidità del 100 per cento, riceve dallo Stato 8,4 euro al giorno. Non siamo ancora riusciti a far capire al Governo che non si può vivere così». Per Tommaso Daniele, in testa all’Unione italiana ciechi e ipovedenti (Uic), la nota dolente è il lavoro. Seicentomila disabili sono iscritti nelle liste di collocamento mirate, 400 mila soltanto al Sud. Il loro tasso di disoccupazione sfiora il 70%, contro quello ordinario del 5,6%. Daniele precisa: «I ciechi che lavorano sono quindicimila su 380 mila. Per noi la tecnologia sta diventando un nemico. La funzione del centralinista, che per legge ci deve essere riservata nel 51% dei casi, è sempre più spesso assolta da dischi automatici. Nei call center il problema è il precariato. Anche la professione del fisioterapista, un tempo a noi congeniale, ci viene pian piano estromessa da tecnologie sempre più sofisticate».