Cesare Galli “cosi potremmo scoprire se è facile replicarci”

Cesare Galli, lei è il maggiore esperto italiano di clonazione: direttore del Laboratorio di Tecnologie della Riproduzione di Cremona, professore di veterinaria all’Università di Bologna e membro dell’Associazione Luca Coscioni, è noto per aver clonato nel ‘99 il primo toro al mondo. Si avvicina il momento dell’uomo fotocopia?
«Certo. L’uomo è, in linea teorica, come qualunque mammifero e non può essere un’eccezione. Le tecniche di clonazione, all’incirca, funzionano tutte allo stesso modo. Sarà solo questione di tempo e di tentativi».

Perché finora si riteneva tanto difficile «riprodurre» una scimmia?
«Il primo problema è reperire ovuli a sufficienza, anche perché devono essere ricavati da animali vivi. Secondo: in genere si ottengono pochi embrioni. Se da questi Mitalipov ha ottenuto delle cellule, significa che è riuscito a generarne di buona qualità. Il terzo ostacolo è l’impianto sulle riceventi. Ma, se si ha successo, da quel punto in poi si prosegue con la tecnica della fecondazione assistita, ormai ben sperimentata».

Con gli animali, però, ci sono ulteriori ostacoli: è così?
«Negli animali la percentuale di embrioni clonati che si sviluppa da cellule somatiche è 10 volte inferiore rispetto a quella normale, il che significa che bisogna moltiplicare numeri e tentativi».

Che cosa si testa con le scimmie che non è possibile scoprire, per esempio, con le pecore?
«Si avrà la possibilità di verificare se ci sono questioni aperte, come quelle osservate nei ruminanti, Dolly compresa, che vanno dall’alto tasso di aborti all’elevata mortalità precoce. Oppure, al contrario, se esistono somiglianze con cavalli e suini, nei quali la clonazione non produce problemi significativi. Chiariti questi punti, resteranno gli interrogativi di opportunità e di tipo etico per la clonazione degli esseri umani». Quali applicazioni mediche prevede? «E’ meglio distinguere le opzioni: c’è la clonazione riproduttiva, per far nascere qualcuno, e quella cosiddetta terapeutica per produrre embrioni destinati a produrre staminali. In questo secondo caso bisogna vedere se le cellule mantengono davvero le promesse, eliminando i problemi di rigetto. Ma ci sono anche altre strade e di recente si è parlato di riprogrammare le cellule somatiche. La ricerca va in molte direzioni e si dovranno valutare convenienza e sicurezza». E la clonazione riproduttiva? «Voglio citare quella che chiamerei "al contrario": consentirebbe a chi è portatore di malattie genetiche legate ai mitocondri di avere figli propri, ma con mitocondri diversi, e quindi sani. La via è trapiantare il nucleo dell’ovocita della donna in quello di una donatrice sana: è di fatto una clonazione e già oggi potrebbe avere un’applicazione. Poi ci sarebbe un’altra soluzione».

Quale soluzione?
«Produrre gameti, per le coppie che non li hanno e che quindi non possono riprodursi. La terza via è utilizzare il nucleo del padre o della madre per far nascere un individuo che è una copia genetica dell’uno o dell’altro».

Lei è favorevole o contrario?
«Se si capirà che non ci sono rischi e se si sarà consapevoli e informati, ciascuno dovrà poter decidere in libertà. Tutti hanno il diritto di riprodursi»