– CRONACHE DA UN OMICIDIO –
«Si sgangherava, Nuvo’».
Come, si sgangherava?
«L’ultimo periodo è arrivato a pesare venti chili. Lavandolo rischiavi di spezzargli le costole. Solo gli occhi gli rimanevano. Grandi, disperati».
È finita, per fortuna.
Quale fortuna? Nuvo’ si è suicidato perché non gli hanno consentito di morire con dignità. La morte del cane gli avete fatto fare». Giovanni Nuvoli, Nuvo’ e basta per tutti, se n’è andato passando dalla finestra: la bara era troppo larga per il corridoio stretto stretto che porta all’ingresso. Nella casa di via degli Orti, periferia di Alghero, è rimasto il lettone ortopedico, il computer che governa il materasso, il sintetizzatore vocale coi suoi messaggini illuminati sul display come post-it: voglio morire addormentato, senza dolore… aiutatemi a staccare la macchina della ventilazione… non ce la faccio più con questa vita… Maddalena, ti amo.
Maddalena è una donna da combattimento. Piccola, mora, sguardo che non chiede mai compassione. Quando il marito s’è ammalato di Sla (sclerosi laterale amiotrofica), ha chiuso la saracinesca sul mondo ed è scesa in trincea con lui. Contro tutto e contro tutti. Fino a vederlo in quella tomba sistemata al quarto piano del cimitero. Il reparto di Rianimazione dell’ospedale di Sassari, dove è stato a lungo ricoverato, era al quinto. «È sceso di un piano. E pensare che voleva andare sottoterra. Manco quel desiderio hanno esaudito. Dovevate vederlo: sembrava un bambino caduto in un vestito del babbo. Era l’abito da sposo. Io gli ho baciato le mani perché la sua anima era concentrata nelle mani: forti, sicure, lavoratrici, oneste».
Mezza età portata con qualche sofferenza, Maddalena conserva il diario degli infermieri che si chiude come un film: Nuvò non c’è più… FINE. Conserva le ultime foto, documentazione atroce e spietata di un calvario terreno. Conserva la memoria della felicità passata. «Era spiritoso, quando usciva da casa per andare al lavoro, si inginocchiava e mi faceva il baciamano. Mia principessa… ». La casa di via degli Orti è buia, ha un giardino quasi dimenticato, le pareti tappezzate di quadri che Maddalena ha dipinto in una vita lontana. Nuvo’ non le ha lasciato nulla perché erano una coppia di fatto: sposati in chiesa ma non in Municipio. «Dunque niente mi spetta. Adesso ho bisogno di dormire ma poi dovrò cercare un lavoro».
Rimbalzata su giornali e tivù, la storia di Giovanni Nuvoli la conoscono tutti. Agente di commercio, arbitro per passione, fisico imponente, nel 2000 s’accorge di inciampare troppo spesso. «Sono le scarpe», dice lui. «La verità è che sei distratto», rettifica Maddalena. Nell’arco di sei mesi perde l’uso delle gambe e delle braccia, pian piano si paralizza tutto il corpo. Non sente più gli odori e i sapori. «Qualche volta gli davo birra e briciole di pizza. Sorrideva muto e poi scriveva: è inutile, non sento nulla, nulla». Violando le disposizioni dei medici (che l’hanno tenuto in vita a dispetto della pietà), la moglie lo ha fatto fumare fino a quando le labbra sono state in grado di aspirare. «Toh Nuvo’ fuma e fregatene, gli dicevo ridendo. Lui fumava, boccate piccole, e intanto con gli occhi mi diceva grazie». Maddalena ama e odia i giornalisti. «Senza di voi, nessuno avrebbe saputo di mio marito». Questo non le ha impedito di cacciare un inviato che prendeva appunti sul bordo della bara, accompagnare alla porta la cronista di un settimanale che parlava di spettacolarizzazione della morte, odiare con tutte le sue forze una cronista che le ha chiesto una cortesia: mi avverta quando sta proprio morendo, così faccio uno scoop e il giornale mi assume definitivamente.
Che significa l’avete ucciso come un cane?
«Neanche un cane si lascia morire di fame e di sete. Il Pubblico ministero che seguiva la vicenda sapeva benissimo che il 16 luglio Nuvo’ lasciava cibo e acqua. E voi pronti a scrivere sciopero della fame, macchè sciopero della fame ».
Perché, cos’era?
«Lo sciopero è una forma di protesta. Nuvo’, visto che non gli staccavano le macchine, è stato obbligato a lasciarsi morire. Direi che è qualcosa di molto diverso da uno sciopero».
Umiliato?
«Umiliato, vilipeso, oltraggiato. Quand’era ricoverato ha dovuto fare i conti anche con personale che neppure lo salutava. Ho protestato e mi dicevano: scusi, noi siamo abituati alle persone in coma. Lui aveva la colpa di essere vivo, vigile, sveglio. Manco da morto lo hanno rispettato».
In che senso?
«Il magistrato ha ordinato di tenere comunque in funzione la ventilazione assistita per tre lunghissime ore. Nuvo’ era cadavere ma continuavano a mandargli aria nei polmoni. Era un fagottino sul letto: sembrava che stessero gonfiando un canotto».
L’attimo peggiore.
«Non è un attimo ma sette anni di attimi peggiori. L’aspetto più crudele per lui era stare in ospedale. L’avevano ricoverato due volte e la viveva sempre come una prigione, implorava di poter tornare a casa».
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Messaggino sul display: A Oristano nel 2004 mi hanno tracheotomizzato e io non volevo. Mi hanno assicurato che dopo sarei stato meglio. Non era vero.
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Le ha mai chiesto di staccare la spina?
«Molte volte, soprattutto di notte. Fallo ora, Maddalena, ché non ti vede nessuno. Voleva che portassi una pistola in ospedale per farlo fuori, e io: Nuvo’ quando mai uno sparo in Rianimazione, svegliamo tutti. Una volta a casa, mi ha anche proposto di impiccarlo all’albero d’ulivo. Nuvo’ aspettiamo la raccolta, poi ne parliamo».
Non ha mai vacillato?
«Mai. Durante la prima intervista concessa ai giornali, ha detto una bugia. Ha dichiarato di voler stare attaccato alla macchina perché era l’unico modo per riuscire a scappare dall’ospedale».
Paura di finire all’inferno?
«Sì. Pazienza, diceva. Sono nato solo, mi rimetterò alla misericordia di Dio. L’anestesista gli chiedeva: hai grandi affetti, non ti dispiace lasciarli? E lui: moltissimo ma non ce la faccio a reggere questa sofferenza».
Ai suicidi, come lui e come Piergiorgio Welby, non si fanno funerali cattolici.
«Welby no. Ma per mio marito hanno fatto un’eccezione. Don Potito Niolu, che era suo amico e gli voleva bene, non avrebbe mai consentito che partisse senza la benedizione».
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Maddalena scorre sul telefonino le foto dell’ultimo minuto. Riflette a voce alta: un uomo che violenta cento bambininon viene trattato come lui. Gli hanno fatto fare una fine ignobile, lo hanno costretto a una decisione agghiacciante: rifiutare cibo e acqua. È giustizia, questa?
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Com’è andata col dottor Ciacca?
«Tommaso Ciacca ha raccolto l’appello disperato di mio marito…».
Sa cosa dicono le malelingue?
«Diranno che Nuvo’ non voleva morire… ».
Dicono soprattutto che il cervello dell’operazione era lei.
«Io, e in che modo?».
Regista occulto per decidere e gestire una morte in diretta.
«Infami. Quando la sofferenza è diventata insopportabile, mio marito non ha smesso un solo istante di volere la morte. Hanno preferito vederlo impazzire di dolore».
Ciacca non doveva staccare la spina?
«Certo. Ha informato la Procura che l’avrebbe fatto. E la Procura ha mandato i carabinieri. Non solo..»
Che altro?
«Non dimenticherò mai quella sera. I carabinieri sono piombati a casa con l’ordine del magistrato. Il dottor Ciacca ha chiesto di poterlo leggere a Nuvo’: aveva il diritto d’essere informato. L’ufficiale dei carabinieri ha acconsentito, fatto entrare Ciacca nella camera di mio marito obbligandolo però a stare sul lato opposto a quello del respiratore».
Aveva paura che staccasse tutto all’improvviso?
«Evidentemente. Il dottor Ciacca ha letto a voce alta ed è stato allora che c’è stata quella scena tremenda».
Che scena?
«Mentre l’anestesista leggeva Nuvo’ ha cominciato a piangere. Gli ho asciugato le lacrime. Purtroppo quella sera ho pianto anch’io. E lui non voleva che piangessi, me lo aveva proibito».
Com’è finita?
«Dopo un minuto di sbandamento, Nuvò si è incollato al sintetizzatore vocale. Non finisce qui, ha detto, lascerò cibo e acqua. L’ufficiale dei carabinieri ha sentito benissimo, tutti hanno sentito benissimo ».
Vi aspettavate un contrordine della Procura?
«Debbo essere sincera: il Pm è stato molto partecipe ma nella fase finale ci ha lasciato soli. Se n’è lavato le mani ».
Voleva che autorizzasse l’eutanasia di suo marito?
«Volevo che si rispettassero le volontà di mio marito. Ottenere che venisse staccata la ventilazione assistita era una sua decisione. Andava rispettata».
Nessuno da ringraziare?
«Molti. In particolare gli infermieri e i medici che l’hanno seguito negli ultimi mesi. Sono stati straordinari».
E i radicali?
«Ci hanno offerto sostegno. Sono stati leali. Marco Cappato, presidente dell’associazione Luca Coscioni, ha speso le sue ferie aiutandoci in casa».
E adesso?
«Mi manca il ronzio del ventilatore. Mi manca Nuvo’ che mi scriveva frasi bellissime. Di notte mi capita di spalancare gli occhi sul soffitto: e mi viene paura. Sono stanca, ho voglia di dormire. Lui, intanto, è in viaggio».
In viaggio?
«Forse è già arrivato o forse è ancora in marcia. Avrà ripreso a camminare. E’ sereno, finalmente».
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Per quattordici mesi Maddalena ha preso ogni giorno il treno delle 15,50 per Sassari. Arrivo alle 16,30. Un quarto d’ora dalla stazione e poi l’ospedale: a ore e ore davanti a un uomo crocifisso da sonde e tubini. Muto. A correre e a pregare c’erano solo gli occhi. (pisano@unionesarda.it)